|
|
| Pavlovian Slaves (3)
|
|
Letto: 588 volte | Commenti: 0 |
Postato il: 16-10-2005
|
|
Quella mattina mi ero recato presto in ufficio per più efficacemente combattere la quotidiana lotta contro le numerose pratiche che, con sempre più ingombrante fisicità, si erano negli ultimi tempi impossessate della mia scrivania drasticamente riducendo lo spazio libero a mia disposizione. La proficua freneticità delle prime ore aveva avviato positivamente la giornata, sicché stavo - nel tardo mattino - considerando la possibilità di allentare un poco il ritmo e concedermi una pausa per il pranzo più distesa, per riprendere in modo rilassato il lavoro pomeridiano.
|
Fu in quell'istante che la segretaria mi chiamò sull'interfono. "C'è la signora Aldina che desidera vederla". Sobbalzai in preda a mille pensieri: poteva essere una coincidenza? - pensavo e speravo - tuttavia perché presentarsi col nome di battesimo se si fosse trattato di una pratica d'ufficio? La concatenazione temporale era poi decisamente a mio sfavore: non avevo mai avuto Aldina come cliente, poteva essere che - proprio dopo che era stato pubblicato il mio racconto - ella si rivolgesse per la prima volta al mio studio per chiedere una prestazione professionale, proprio come nel racconto stesso avevo vagheggiato? L'imbarazzante riflessione dovette portarmi via alcuni secondi, infatti udii nuovamente la voce della segretaria che mi chiamava in modo interrogativo: "Dottore...". L'intervallo trascorso era ormai troppo lungo anche per una salvifica negazione. Aldina - proprio per sfruttare la sorpresa, pensai - non aveva preso alcun appuntamento: avrei ben potuto dirmi impegnato, ma in questo caso avrei dovuto rispondere con prontezza, poiché se ella sapeva (questo era il mio angosciante cruccio!) avrebbe sicuramente saputo interpretare l'esitazione e, prima o poi, sarebbe stata in vantaggio nell'affrontarmi. Cedetti all'inevitabile (o forse volli cedere!) e dissi di far passare la signora, mentalmente seguendo i suoi passi fino alla porta del mio ufficio mentre convulsamente pensavo a ciò che sarebbe potuto accadere e a come comportarmi. Il primo dei miei propositi crollò tuttavia mentre ancora la porta si stava aprendo: il mio sguardo si posò infatti immediatamente sul piedino rotondo, troppo tardi salendo al viso perché la mia visitatrice non se n'accorgesse. L'abbigliamento di Aldina - del tutto simile a quello da me già descritto nel racconto - ed il sorriso di trionfo con cui ella entrò nell'ufficio, senza quasi salutarmi ed accomodandosi in poltrona senza attendere invito, fecero crollare ogni sperata coincidenza, ed io capii che ella avrebbe giocato con me come il gatto gioca con il topo in trappola. Mi accinsi tuttavia a sostenere la parte e feci per accomodarmi a mia volta dietro il fragile rifugio della scrivania. "Non lì, per favore: mi sento in soggezione a dover parlare con qualcuno seduto così in alto. Ti dispiace metterti su quest'altra poltrona?" disse, accompagnando le parole con un angelico sorriso che ne nascondeva la perfidia e con un tono di simulata umiltà che meglio evidenziava la facoltà di disporre in casa altrui. Mentre poi mi stavo sedendo ove indicatomi, ella nuovamente interruppe la mia azione "Ti dispiace - ancora mi chiese, simili il tono e le parole - chiedere che non ci disturbino mentre parliamo?". E mentre nuovamente mi alzavo per eseguire le sue istruzioni "So che puoi farlo - ella aggiunse - perché qui tutti ti ubbidiscono!". Risposi con un imbarazzato sorriso alla volutamente malcelata ironia mentre chiedevo all'interfono che non mi passassero nessuna chiamata. "Nemmeno Strasburgo?" rammentò con efficiente premura la segretaria. "Ho detto nessuna! - sbottai, lasciando che la mia estrema tensione si sfogasse sull'innocente - Devo sempre ripetere le cose due volte?". "Come sei autoritario! Non mi piacerebbe lavorare per te, ma ... dimmi cuoricino - riprese Aldina, accavallando le gambe ed incominciando a dondolare il piede a pochissima distanza da dove ero seduto - chi sarebbe mai questa Graziana?". Il mio sobbalzo ed il subitaneo rossore furono accresciuti dalla sorpresa per il così rapido disvelarsi delle sue vere intenzioni, e provocarono l'argentina risata della mia tormentatrice, di fronte alla quale la mia tardiva finzione d'ignoranza risuonò assai patetica: "Chi?". "Hai capito benissimo cuoricino: Graziana, l'amica che tu accompagni a casa per poi renderle in pubblico l'ennesimo fugace omaggio alle dita dei piedi" ella esclamò continuando a ridere ed agitando le proprie che sbucavano dal sandalo sottile, accentuatane la seduzione dalla volgarità della risata e del gesto. "Non mi chiamo 'cuoricino' e non so di cosa tu stia parlando" dissi, finalmente mostrando un tentativo di riprendere il controllo, più efficace se avessi saputo in quel momento fissare gli occhi di Aldina, anziché le sue estremità. "Invece lo sai benissimo" sbottò Aldina, fissandomi con un lampo di stizza nei piccoli occhi scuri mentre da una tasca del minuscolo abito estraeva un foglio da cui cominciò a leggere: "Aldina è la tua stupenda dea e padrona. Tu sei irresistibilmente attratto dal suo corpo meraviglioso, ed obbedirla in ogni capriccio è il tuo piacere. Aldina è la tua volontà, la tua intelligenza ed il tuo unico pensiero". "Devo continuare a leggere? ... No, direi di no" disse poi, appoggiando la caviglia sulla mia gamba e sfiorando con la suola la mia appariscente eccitazione. "Scrivi in modo tanto prezioso ma ragioni come tutti gli uomini .. con questo! - aggiunse premendo leggermente il sandalo - e come vedi non ho bisogno di droghe, iniezioni o esperimenti strani per fartelo capire". Io portai la mano sopra il suo piedino per rimuoverlo dall'imbarazzante posizione, ma non appena l'ebbi afferrato Aldina, svelta, appoggiò su di me anche l'altra gamba ed incominciò a muovere le dita solleticandomi il palmo. "Massaggiameli tutti e due, cuoricino, so che ti piace e piace anche a me, alla tua padroncina" ella disse, accompagnando l'ordine con un riacquistato sorriso, divenuto trionfale dopoché, appoggiata la mano sinistra sull'altro piedino, cominciai a far scorrere le dita intorno ad entrambe le caviglie nude, scendendo poi ad infilarle sotto la pianta ricurva e strofinandole in mezzo alle sue dita dipinte. Mi bloccai nell'udire lo scatto di una piccola macchina fotografica, ma Aldina prevenne con voce ferma ogni mia reazione dicendo: "Stai tranquillo, non voglio farti del male: oramai è troppo tardi perché tu voglia tornare indietro e se provi a togliermi la macchina mi metto ad urlare. Non vorrai che tutti sappiano che cosa scrivi mentre tutti ti credono impegnato nelle pratiche d'ufficio! Slacciami i sandali". La mia protesta si risolse in un ridicolo mormorio mentre mi accingevo a liberare la fibbietta dorata. Non appena la calzatura cadde a terra con un tonfo ovattato, Aldina sollevò il piede e me lo premette con forza sulle labbra: "Non voglio sentire mugugni - ella disse - d'ora in poi queste labbra diranno solo ciò che la tua padroncina ti comanda di dire e questa testolina - aggiunse, alzando il piede fino ad appoggiarmi la suola sulla fronte - penserà solo ciò che la tua padroncina ti comanda di pensare. Hai capito?" "Sì" risposi sconfitto. "Sì cosa?" ella ribadì severa, aumentando la pressione delle sue suole nude sulla mia fronte e sul mio addome. "Sì padroncina" bisbigliai, svuotandomi definitivamente. "Bravo cuoricino - ella disse sorridendo materna - vedrai che staremo bene. Ti piaccio di più con le unghie rosse o con quelle scure?". "Con quelle rosse" risposi ormai in sua completa balia. "Allora stasera, prima di uscire a cena, me le dipingerai di rosso come piace a te. Sei contento?". "Ma stasera .." accennai, subito però bloccandomi mentre la sentivo irrigidirsi ed incrociavo la sua occhiata cupa. Abbassai subito gli occhi e dissi: "Grazie padroncina, farò come tu mi comandi". "Bene, sei proprio un bravo schiavetto ubbidiente, adesso togliti i vestiti e mettiti in ginocchio che sono stufa di tenere alzate le gambe e dobbiamo fare ancora qualche fotografia". Passammo il successivo quarto d'ora a riempire la pellicola, mentre Aldina scattava e rideva delle pose umilianti di volta in volta escogitate; quando infine il rullino fu completo ella si fece rimettere i sandali. "Ah, quasi dimenticavo: fissa il mio dito" ella disse alzando cerimoniosamente l'indice destro e facendolo scendere lentamente - assieme al mio sguardo - fino all'orlo del succinto vestito estivo, la cui minigonna si era già ritirata mentre Aldina allargava le cosce. Ella sollevò poi con la mano sinistra l'orlo dell'abitino. "C'era anche questa nel tuo sogno, non è vero? E adesso che sei davvero il mio schiavetto non ti puoi più accontentare del sogno!" riprese a dire mentre mostrava l'umidore che luccicava fra il folto pelo pubico e che aveva già macchiato il tessuto della poltrona su cui ella sedeva, priva di biancheria intima. Con la stessa cerimoniosa lentezza avvicinò, senza dare tregua al mio sguardo estatico, il dito alzato all'intima fessura, inclinandolo poi e facendolo penetrare lentamente nella vulva mentre socchiudeva gli occhi e gemeva di piacere. Con altrettanta lentezza lo estrasse e lo puntò, bagnato, nella mia direzione. "Voglio che ti masturbi mentre lo succhi" ella comandò, ed io ubbidii prontamente, dopo poco rilasciando un vigoroso fiotto caldo e biancastro che andò a ricoprire i piedini di Aldina. Alzai gli occhi preoccupato mentre continuavo a succhiare, ma ella mi sorrise bonaria: "Non preoccuparti - mi disse - è il tuo pegno d'amore: fra poco usciremo insieme e tutti sapranno quanto mi sei devoto". Mi fece quindi alzare e rivestire ed uscimmo insieme dall'ufficio; mentre, passando, incaricavo la sgomenta segretaria di annullare ogni impegno perché non sarei stato di ritorno nel pomeriggio, Aldina alle mie spalle ridacchiava rimirandosi i piedini rotondi ricoperti del mio pegno d'amore. |
| Commenti del post |
|
Non e presente nessun messagio o commento... |
|