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| Pavlovian Slaves (4)
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Postato il: 18-10-2005
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Mi ha sempre destato ammirata meraviglia l’innata capacità delle donne, dalla più intelligente alla più stupida, di esattamente ed istantaneamente sentire la misura del proprio ascendente su chi le circonda, sicché é loro permesso, quando non innamorate, alternare nella mutevole trama della seduzione offerta e ritrosia, controllo e rilascio, sì da rendere sempre più salda la presa senza spezzare l’elastica ma inevadibile loro ragnatela.
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Aldina aveva ottenuto di assoggettarmi a lei, umiliandomi e facendomi confessare la sua elezione quale oggetto delle mie fantasie erotiche; non importa se tale oggetto era del tutto occasionale: era a lei che mi ero riferito nel divulgare le mie pulsioni ed era lei – tuttora mi chiedevo come! – che aveva inopinatamente raccolto il mio sfogo traducendolo in realtà, era dietro a lei, infine, che ora camminavo dopoché, usciti dall’ufficio, ella mi aveva intimato di seguirla senza distogliere lo sguardo dai suoi rosei talloni, dalle caviglie, dai polpacci, dalle rotondità ricolme che spingevano verso l’alto il succinto orlo del minuscolo abito da lei indossato. Avvertivo, senza osare trasgredire il limite del magnifico orizzonte impostomi, la curiosità destata nei passanti - fra cui immaginavo miei conoscenti – dal lussurioso incedere della mia padroncina, dal suo provocante abbigliamento, dal mio rimorchiato rapimento che mi volevo illudere non evidente, o almeno confondibile con l’assorbimento in più elevati e lontani pensieri. Ero peraltro affascinato dalla sottile perfidia dell’incolta Aldina la quale dimostrava una capacità di dominazione psicologica che nemmeno dieci corsi di laurea avrebbero potuto instillarle: ella infatti sapeva che un più esplicito sfoggio di sottomissione – oltre ad essere meno indelebilmente efficace – avrebbe potuto darmi la forza di ribellarmi, mentre ora camminavo ubbidiente, confuso, eccitato ed adorante ad un passo dietro di lei, assorto nella cadenza del suo moto, mentre sentivo le sue flessuose suole regolarmente alternarsi nel premere dentro di me, non meno di quanto lo facessero sul selciato dell’assolata via del centro che stavamo percorrendo, attraverso i passanti che approfittavano della pausa meridiana. Di tanto in tanto Aldina si voltava, rivolgendomi un malizioso sorriso che io tuttavia non potevo vedere; ad un certo punto poi ella si fermò, sedendosi al tavolino esterno di un bar e comandandomi di fare altrettanto "Ora puoi guardarmi in faccia", mi disse, incatenando tuttavia il mio sguardo ancora per qualche istante con lo spettacolo del suo piedino, non ripulito, che dondolava dalla gamba accavallata: poi ella estrasse dalla borsa una salviettina imbevuta che mi porse, alternando la posizione mentre io accudivo, senza che me lo dovesse dire, all’una e poi all’altra sua estremità. "Ho dei progetti che ti riguardano – ella mi disse – Vai a chiamare qualcuno, che ho fame, poi ti dirò cosa voglio fare di te". Quando tornai accompagnato dal cameriere, Aldina fece l’ordinazione per entrambi ("Per lui solo un bicchiere d’acqua, se no ingrassa e non lo voglio più come schiavetto") poi incominciò a parlare. "Quando qualche tempo fa un’amica mi ha mostrato per scherzo il racconto, nessuna di noi due credeva che mi riguardasse: in seguito però, riflettendoci sopra, abbiamo capito che le coincidenze erano troppe, ed io ho incominciato a fantasticare su chi potesse averlo scritto. Ad un certo punto mi venne in mente lo sguardo che mi avevi dato quando, in una recente occasione, ci eravamo incrociati per la strada ed ancora ricordai di averti dopo poco rivisto un paio di volte nel mio negozio, che non avevi mai frequentato: pensavo fosse impossibile che tu avessi perso la testa per me al punto di scrivere quelle cose, mi sentii tuttavia sempre più eccitata al pensiero di poter fare di un uomo come te il mio docile schiavetto, pronto a fare qualsiasi cosa, anche a buttare all’aria tutta la sua vita, per obbedire ad ogni mio capriccio. Per qualche notte ho dormito pochissimo, toccandomi però a lungo nel sogno di essere la tua regina e di appoggiare i miei piedini sul tuo cervello; poi, la settimana scorsa, la mia amica è corsa da me dicendomi che era stata pubblicata la prosecuzione del racconto, in cui tutto quadrava con la mie incredibili ipotesi. Non stavo più nella pelle per l’eccitazione sicché stamattina ho deciso di fare una follia e togliermi il pensiero: ho indossato l’abito che ti piace tanto e sono venuta nel tuo ufficio, ancora incredula e già preparata ad inventare una scusa: quando però sono entrata ed ho visto i tuoi occhi abbassarsi mi sono bagnata tutta dall’eccitazione di sentirmi veramente la tua padrona e di poter fare di te quello che voglio. Perché io posso fare di te ciò che voglio, vero che è così?". "Si" risposi fiocamente. "Si cosa?" ribattè. "Si padroncina" aggiunsi con il medesimo tono di voce. "Non ti ho sentito" ella infierì. "Si padroncina" ripetei con maggiore forza, rapidamente guardandomi intorno. "Bravo cuoricino, si vede che hai studiato tanto: impari bene e velocemente". Io arrossii compiaciuto suscitando la sua sguaiata ilarità, accresciuta dall’avermi sorpreso inconsciamente accarezzare il piedino che aveva appoggiato al bordo della mia sedia, mentre automaticamente frugavo in mezzo alle sue dita portandomi alla bocca quanto vi raccoglievo. La mortificante constatazione dell’abiezione in cui ero sprofondato risvegliò in un ultimo sussulto il mio desiderio di sottrarmi a quanto, fuori da ogni mio razionale controllo, stava accadendo per questo provai, persa ormai la dignità, ad implorare la mia musa di rendermi la libertà: "Ti prego Aldina – le dissi – sono un pazzo e mi scuso di averti offesa col mio impuro pensiero, ma dimentichiamo tutto questo e restiamo amici: come sai io sono già impegnato e non sarebbe giusto offendere un’altra persona". Mentre ancora parlavo mi rendevo tuttavia conto - anche se ella non avesse continuato a ridere più forte di prima - della tragicomica incongruenza delle mie parole, non ebbi quindi nessuna risposta (che comunque non avrei avuto la forza di dare) alle sue successive parole: "Hai mai detto alla persona che non vuoi offendere quanto trovi gustoso il sudiciume delle mie dita? Tu adesso sei il mio schiavetto, e la scelta l’hai fatta tu stesso quando hai incominciato a sognarmi. Sarò io d’ora in poi a decidere cosa fare di te: per adesso e ad incominciare da stasera incomincerai a frequentare casa mia come un appassionato spasimante". Poi finì l’aperitivo contenuto nel proprio bicchiere, guardò l’orologio e si alzò aggiungendo "Adesso devo andare! tu stai qui ancora cinque minuti e paga il conto. Per quanto riguarda stasera questo è il programma: vieni a prendermi alle nove e trenta, dopo cena, e porta un bel mazzo di rose rosse che piacciono tanto a mia mamma". Prima di andarsene voltò le spalle agli altri avventori, prese un’oliva dalla piccola ciotola che il cameriere aveva lasciato sul tavolino, e dopo essersela infilata sotto il vestito sorridendo la offrì al mio palato: "Questa è la droga più potente che ci sia – disse – e tu oramai sei un piccolo tossico che dipende esclusivamente da me; ubbidiscimi in tutto ed avrai ogni giorno la tua dose". Chiusi gli occhi ed assaporai il suo presente, chiedendomi con sorpresa come potesse la mia nuova padroncina essere costantemente ricca di profumati umori. |
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