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| Pavlovian Slaves (5)
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Postato il: 30-10-2005
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Rimasi seduto più di cinque minuti al tavolino, nel tentativo di raccogliere i miei pensieri, poi andai a pagare il conto e mi misi a vagare per le vie del centro giacché non avevo il coraggio di tornare in ufficio, dopo avere oltretutto annullato ogni appuntamento. Era venerdì, ed io mi cullavo nell’idea di poter disporre di un paio di giorni per riposare e riflettere in merito alle implicazioni della nuova situazione che si era venuta creando con Aldina.
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Già … Aldina: il pensiero della mia assurda sottomissione mi rimise in uno stato di agitazione in cui mi dibattei a lungo dopoché, presa l’automobile e tornato a casa, mi ritrovai disteso nella penombra della camera da letto per ripetutamente pensare all’umiliante incontro di poche ore prima. La mia vita – dicevo fra me – poteva dirsi agiata ed appagante, ero giovane, educato, di bell’aspetto e con una rispettata professione, coltivavo infine buone relazioni sociali e – non ultimo – un protratto e sereno legame, amorevolmente ricambiato, con una giovane collega che nulla certamente aveva da invidiare, per bellezza, eleganza, censo e cultura, alla mia nuova padroncina, alla cui negativa considerazione corrispondeva tuttavia una crescente ed inspiegabile eccitazione. La poco raffinata esibizione di quel corpo piccolo e formoso, quello sguardo ove era la socchiusa malizia a catturare, anziché la dilatata intelligenza, quell’aria di imperiosa consapevolezza di sé con cui, fin dal primo fugace incontro per la strada, ella mi aveva distrattamente salutato con l’aria arrogante di chi incontra un inferiore, la sua espressione di trionfo quando aveva scoperto la mia debolezza: tutto questo faceva l’immenso potere di Aldina, trasformando l’oscura commessa di un grande magazzino in una fascinosa imperatrice il cui capriccio era divenuto la mia unica legge. La rivedevo nelle immagini delle ultime ore: rivedevo il suo volto ora di musa capricciosa, ora di soddisfatta ammaliatrice, ora di indispettita regina; rivedevo i suoi succinti vestiti, il dito umido proteso verso di me, il sandalo col piedino imbrattato della mia eccitazione, ed intanto imbrattavo anche le coperte su cui ero disteso. Dopo essermi sfogato ripulii affrettatamente l’alcova prima di correre a prendere il telefono che squillava: risposi così con distratta irritazione a Paola, che era l’ultima persona con cui avrei voluto in quel momento parlare; mi sentivo – era vero – in colpa mentre farfugliavo qualche improbabile scusa per non adempiere alla promessa di portarla, quella sera, ad una rappresentazione teatrale cui ella da lungo tempo voleva assistere, tuttavia non potevo nel contempo soffocare l’iniquo rancore nei suoi confronti per il momento sbagliato (ma capivo che difficilmente ci sarebbero ancora stati ‘momenti giusti’!) della telefonata: ella era una ragazza sensibile ed intelligente sicché capiva quando qualcosa non andava e non era il momento di discutere, il suo disappunto mi avrebbe tuttavia fatto meno male del tono dolente e sorpreso della sua voce. Avevo ad ogni modo altro (o – meglio – altra!) a cui pensare e chiusi la comunicazione con sbrigativa cortesia e con l’incerto impegno di risentirci nei prossimi giorni (escludendo così anche l’imminente fine settimana che eravamo soliti trascorrere insieme). Mi ricoricai quindi ancora per qualche tempo a cullarmi nel pensiero che nulla di irreversibile era accaduto, che avrei potuto tornare sui miei passi richiamando Paola e trascorrendo con lei la sera a teatro invece di recarmi a casa di Aldina, che comunque le cose avrebbero potuto in qualche imprevedibile modo sistemarsi, magari con dei soldi, con qualche minaccia, forse chiedendo perdono, forse cercando l’aiuto di qualcuno: mentre tuttavia tali confuse elucubrazioni ancora si accavallavano nella mia mente, si era fatto tardi e già mi stavo lavando, rivestendo, stavo uscendo di casa, entrando in un negozio di fiori, poi in uno di dolci, stavo infine percorrendo – con mezz’ora di anticipo e senza aver cenato – la strada principale del paese su cui si affacciava l’abitazione dei genitori di Aldina. Anche in questo vidi la perfidia della mia capricciosa padroncina: ella aveva infatti un proprio appartamento (quello del racconto!) ma aveva voluto che io la incontrassi qui, ove non solo i suoi genitori, ma tutto il locale andirivieni della serata estiva nel piccolo borgo avrebbe notato e commentato la sua ultima conquista. Alle ore 21,20 parcheggiai l’automobile lucida dinanzi alla casa ove ero già ripassato tre o quattro volte, ogni volta sentendo crescere, giungere all’acme e poi allentarsi la tensione a mano a mano che mi avvicinavo, oltrepassavo e poi mi allontanavo dal noto indirizzo; sedetti ancora un poco al posto guida, avvertendo sguardi pettegoli posarsi su di me, e poi scesi raccogliendo con impaccio le rose e l’ingombrante scatola di cioccolatini che avevo acquistato e dirigendomi verso il campanello che premetti alle ore 21,30 precise, come mi era stato ordinato. Venne ad aprirmi una donna in abito da casa e zoccoli, che dietro gli occhiali, la patina e l’appesantimento che il tempo aveva operato, subito riconobbi per la madre di Aldina. "Buonasera signora – dissi – sono …"; "Lo so chi sei" ella mi interruppe con sgradevole famigliarità di complice, "Aldina mi dice sempre tutto" aggiunse, probabilmente ignara di quanto questa nota mi potesse turbare. "Vieni a sederti, che si sta preparando". Seguii dunque la donna in un salotto che si affacciava sulla piccola anticamera ove ero stato ricevuto: di fronte intravidi una cucina ove un uomo, probabilmente il padre di Aldina, stava rigovernando le masserizie usate per la cena. Mi sedetti quindi ove mi era stato indicato e la madre di Aldina si accomodò di fronte a me, incominciando a intrattenermi con una serie di domande che non si lasciavano scoraggiare dal cortese riserbo che io opponevo loro: mi ero infatti accorto che la donna voleva completare le informazioni già parzialmente assunte in merito alla mia professione, al mio tenore di vita, etc., completando inoltre il discorso con ripetute lamentele in merito all’attuale impiego di Aldina che, ovviamente, d’ora in poi sarebbe mutato. Il mio crescente disappunto mi rendeva sempre più distratto e stavo quasi pensando di inventare una scusa per sottrarmi all’incubo quando vidi il compiaciuto sorriso con cui la donna percepì il mio sussulto nell’udire un paio di tacchi leggeri scendere dalle scale; "Sta arrivando" ella disse, godendosi il mio rossore e l’agitazione in cui l’attesa faceva tutt’uno con il desiderio di fuggire. Quest’ultimo sparì tuttavia completamente appena il mio sguardo si abbassò a contemplare Aldina, soffermatasi sulla porta per dare il massimo effetto al proprio ingresso: anche questa volta fui colpito dapprima, con quasi fisico impatto, dai piedini tondeggianti con le piccole unghie laccate nere, splendidamente calzati in un paio di sandali dello stesso colore e dal tacco affusolato, che si allacciavano con una sottile stringa che dalla caviglia saliva ad abbracciare il polpaccio; vi era poi una minigonna nera ed un reggiseno dello stesso colore. Il velo trasparente di una sottile maglia, nera anch’essa, copriva le spalle scendendo fino all’addome e lasciando tralucere, ad ornamento dell’ombelico, una piccola perla di metallo grigio, del tutto simile a quella che segnava il centro del sottile nastro di nero velluto che cingeva il collo di Aldina, Altre due piccole perle grigie riverberavano infine appese ai minuscoli lobi tramite lunghi pendenti; Aldina aveva poi rimarcato la sua scura seduzione con il trucco delle labbra sottili e delle ciglia. L’arrogante padroncina si mise - con sua madre - a ridere allorché, balbettato un saluto, mi alzavo impacciato per porgerle i fiori e lasciavo cadere a terra l’ingombrante scatola di cioccolatini. Senza poi commentare i miei regali ma fissandomi negli occhi con intensità Aldina mi domandò: "Ti piaccio?". "Si" risposi in tono sommesso. "Quanto ti piaccio?" insistette. "Sei bellissima" risposi, mentre la madre, soddisfatta, non dava segno di volersi allontanare. "Sai mamma – Aldina infierì – a lui piacciono le unghie dei piedi rosse, stamattina si era perfino offerto di dipingermele lui stesso: per questo voglio sapere bene, prima di uscire, se gli piacciono anche nere". Poi rivolgendo nuovamente a me il suo tono civettuolo e canzonatorio mi disse, senza curarsi del mio devastante imbarazzo, "Se vuoi che esca con te devi dire, alla presenza di mia madre, che ti piacciono i miei piedini con le unghie nere. Guardali!" comandò, mentre agitava le dita. Completamente incapace di reagire chinai il capo e, fissandoli, risposi che i suoi piedini erano incantevoli, che lei era elegantissima e che le sue piccole unghie nere, con la loro raffinatezza, avevano rapito il mio sguardo non appena ella era entrata nella stanza, per questo la pregavo di voler uscire con me. "Allora andiamo, schiavetto" ella disse, scambiandosi prima di uscire un ultimo trionfante risolino con la madre. |
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