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Pavlovian Slaves (6)

Letto: 695 volte | Commenti: 0 | Postato il: 02-11-2005

Se davanti al cameriere che ci aveva servito all’ora di pranzo l’impudente estrinsecazione di dominio poteva essere apparsa una trascurabile battuta, sentire Aldina ribadire la mia servitù di fronte alla madre - che ne aveva gustato l’impeccabile regia - mi colpì con la violenza di un pugno nello stomaco acuendo il mio desiderio di fuggire da quella casa, sicché seguii la mia tormentatrice quasi spingendola col pensiero verso la porta ed affrettandomi poi a precederla per aprirle lo sportello dell’auto, diedi quindi subito potenza al motore col desiderio di allontanarmi al più presto dalla madre che ci salutava con la mano dalla finestra, mentre Aldina la ricambiava rivolgendo cenni di saluto anche ad un paio di signore che passeggiando si godevano, assieme al fresco della sera, un nuovo argomento di conversazione.

Uscii veloce dal paese mentre Aldina, incurante della mia agitazione, sorrideva fra sé del proprio successo e si adagiava comoda nel sedile, facendo salire l’orlo del vestito mentre divaricava leggermente le gambe, allungate ad affondare nel tappetino i sandali di vernice nera. Mentre compiva il malizioso gesto ella ne sbirciava con la coda dell’occhio l’effetto su di me, fu allora che notò il mio indispettito riserbo e, subitamente assunto l’aspetto imbronciato che già conoscevo, mi ordinò secca di fermare l’auto: mi infilai quindi in una piazzola di servizio e rimasi parcheggiato col motore acceso, guardando davanti a me nell’incapacità di affrontare la discussione. "Spegni il motore e guardami" ella disse fissandomi con i piccoli occhi accesi e le labbra serrate in una sottile linea scura; nessuno passava sicché, ruotata la chiave, scese il silenzio: io mi voltai verso Aldina e flebilmente esposi il mio lamento: "Non dovevi chiamarmi ‘schiavetto’ di fronte a tua madre".
Ella mantenne ancora un istante lo sguardo corrucciato facendomi abbassare gli occhi, fermatisi nell’ombroso varco in cui si affacciava il lussureggiante pelo pubico, cui il succinto abitino costituiva ben misero presidio; poi improvvisamente scoppiò a ridere ed, afferratomi dietro la nuca, attirò la mia sulla sua bocca, allacciandomi in un lungo bacio sensuale mentre la lingua si impadroniva prepotente di ogni angolo del mio palato. Mentre ancora durava l’amplesso, Aldina sfilò dalla borsa una piccola pasticca bianca, che mi infilò in bocca, spingendola poi subito a fondo con la lingua fino a farmela inghiottire, dopodiché si staccò da me e rimase a fissarmi incuriosita.
"Cos’hai fatto?" le chiesi, un po’ allarmato.
"Dovresti saperlo cuoricino – fu la sua risposta – e comunque fra pochissimo te ne accorgerai: mi hanno detto che questa droga ha effetto immediato … Fermo, stattene lì buono e ascoltami – aggiunse trattenendomi senza fatica mentre cercavo di fare disperatamente non so cosa, dibattendomi scoordinatamente per evitare il temuto destino, mentre già l’intorpidimento si stava impadronendo di me – come ben presto imparerai, la tua padroncina non è molto paziente: io voglio tutto e subito, se ci riesco con le buone va bene … non voglio rovinare la tua testolina di schiavetto che scrive così delle belle cose e che d’ora in poi lavorerà per soddisfare i miei capricci, ma stai bene attento – aggiunse avvicinando il viso e fissandomi con un sorriso crudele – per farti diventare ubbidiente come io voglio sono disposta a farti qualsiasi cosa, dovessi anche spremerti il cervellino con i miei piedini … Ma so che tu sarai buono; trascorreremo il fine settimana insieme, io, te e le mie pastigliette magiche, e lunedì non ti interesserà più se ti chiamo ‘schiavetto’ dinanzi ad altre persone, perché anzi non ti interesserà più di nessuno tranne che di me e farai senza pensare tutto quello che ti comando".
"Noo …" mi disperai impotente ma Aldina mise fine con uno schiaffo al mio lamento "Sì invece. Non è questo che volevi? L’idea me l’hai data tu, ed io sono la fatina che esaudisce i tuoi desideri" disse ridendo, poi, seguendo un’improvvisa ispirazione aggiunse: "Tu che sei andato tanto a scuola, non c’era mica una fata che trasformava gli uomini in maiali?".
"Non era una fata, era una maga" risposi in modo confuso.
"E che importa? Io invece sono una fata … e una dea. Guardami, oramai sei già partito, guarda la tua fata Aldina che ti sta per trasformare in un bel porcellino, pronto ad adorarla: adorerai tutto di me, la mia faccia, il mio corpo, le dita dei miei piedini, i buchini profumati che tengo davanti e didietro. Vieni, baciami e supplicami di farti diventare il mio schiavo porcellino. Devi dirmi: ‘Ti prego fata Aldina, fammi diventare il tuo schiavo porcellino’. Su, avanti" soggiunse, di nuovo giocosa, afferrandomi dietro la nuca e traendomi verso di sé.
Curiosamente mi sembrava di stare osservando la scena dall’esterno, come in un film la cui visione mi stava eccitando sempre più, e di cui non mi sorprendeva essere il protagonista; giunto a pochi centimetri dal viso della mia padroncina incominciai a stolidamente sussurrare l’invocazione suggeritami ed ella ridendo, mutò improvvisamente la trazione spingendo il mio capo verso il basso fino ad affondarlo in mezzo all’umidore delle sue cosce e guidandolo per i capelli per aggiustarne il posizionamento. "Voglio sentire la lingua del mio schiavetto porcellino" ella disse, mentre fermava la presa girandosi di lato sul sedile, sollevando le gambe ed incrociando le caviglie dietro alla mia schiena: io cominciai a leccarla e supplicarla spasmodicamente senza capire più nulla, mentre Aldina altrettanto spasmodicamente si agitava e gemeva di piacere sempre tenendomi per i capelli.
Infine ella, soddisfatta, mi sollevo il capo rimirando l’ottusità della mia faccia lordata dai residui non ripuliti delle sue secrezioni, si asciugò le parti intime con la mia cravatta e digitò un numero sul telefono dell’auto, mentre mollemente appoggiava ora uno poi l’altro sandalo al cruscotto per sciogliere le stringhe di vernice. Mentre inebetito osservavo quest’ultime srotolarsi come neri e letali serpenti che scendevano verso le caviglie della mia fatina, l’indelicatezza della donna che avevo fuggito poco prima penetrò nell’abitacolo attraverso l’impianto ‘viva voce’: "Pronto …".
"Ciao mamma, sono Aldina, volevo farti sapere che, come previsto, stasera non rientro" poi, voltatasi verso di me, ordinò "Saluta mia mamma e dille chi sei".
"Buonasera signora – ubbidii con demente prontezza – sono lo schiavetto porcellino di sua figlia, la fata Aldina". Entrambe le donne si misero a ridere di gusto, ed io ero orgoglioso di averle rese contente.
"L’hai impasticcato?" chiese la madre.
"Sì – rispose Aldina – aveva ancora qualche rimorso ed io ho pensato di toglierglielo: lunedì non ne avrà più".
"Dimmi un po’, schiavetto porcellino – disse la donna – ti piace molto mia figlia Aldina".
"Aldina è una dea, e io adoro tutto di lei: la sua faccia, il suo corpo, le dita dei suoi piedini, i b..".
"Fermo lì" intimò Aldina ridendo.
"Bravo schiavetto – replicò la madre – sai cosa devi fare? Domani è sabato, vai in una gioielleria e scegli un regalino giusto per la tua padroncina, poi, se sarai stato bravo, la sera potrete venire qui, usciremo a cena e tu potrai chiedermi la mano .. anzi no, il piedino di mia figlia".
Nello stato confusionale in cui mi trovavo la proposta era ormai troppo lunga e complessa per poterla capire immediatamente, così mi fermai un attimo cercando di trovare la risposta che avrebbe fatto felice la mia fatina. Il silenzio che ne seguì, durante il quale Aldina mi guardava divertita agitando, ancora appoggiata alla plancia, la gamba da cui pendeva la stringa del sandalo ormai slacciato, fu interrotto dal rumore ovattato della calzatura che, scivolando dal piede, cadeva sul tappetino dell’auto. Poi ella avvicinò l’estremità con le piccole unghie scure alla mia bocca, che io automaticamente socchiusi lasciando entrare le dita rotonde che subito incominciai a succhiare.
"Adesso non può risponderti mamma, ma mi ha detto che va bene, domani sera alle otto saremo da te puntuali. Ciao".

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