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| Pavlovian Slaves (7)
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Postato il: 08-11-2005
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Dopo aver chiuso la comunicazione Aldina mi ordinò di uscire dalla macchina e prendere il suo posto, mentre lei scivolava al volante: "Adesso andiamo a casa tua e guido io - mi disse - perché tu oramai sei fatto e non capisci più niente", quindi partì veloce e guidò a piedi nudi la potente vettura, con spericolata euforia di autocompiacimento, mentre io raccoglievo dal tappetino i sandali slacciati e li tenevo con reverenza sul palmo, pronto a farli calzare alla mia padroncina non appena giunti a destinazione.
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Quando infatti Aldina ebbe parcheggiato l’auto sotto il mio appartamento, io corsi al suo sportello, lo aprii, ed inginocchiatomi abbassai lo sguardo ai suoi piedini che, nell’uscire dalla vettura, mi sfiorarono le labbra soffermandosi a raccogliere un lieve bacio devoto prima di appoggiarsi alla suola che porgevo loro ed a cui li assicurai con i lunghi lacci. Dopo essersi fatta mostrare la casa Aldina si accomodò in una poltrona e mi comandò di togliermi ogni indumento aggiungendo: "Adesso comincia l’addestramento vero e proprio: tu vuoi diventare uno schiavetto ben educato, vero?". "Si padroncina Aldina". "Vuoi eseguire tutti i miei ordini senza farmi fare brutte figure, vero?". "Si padroncina Aldina". "Bene, inginocchiati allora, e toglimi di nuovo i sandali". Io eseguii immediatamente il suo comando ed ella prese dalla borsetta un’altra minuscola pasticca, infilandosela fra le dita del piede destro, che poi protese verso di me "Queste ti aiuteranno ad aprire la mente e ad imparare l’ubbidienza che d’ora in poi mi devi" disse, io quindi aprii la bocca lasciando che ella introducesse il piedino, dalle cui somministranti dita sottrassi delicatamente con la lingua il secondo volume del mio abbecedario. I farmaci di Aldina non differivano probabilmente in nulla dalle banali sostanze comunemente spacciate fuori dai locali di ritrovo, a sconsiderato uso di giovani desiderosi di esperienze ‘forti’: in altre parole eravamo ben lontani dalla scientifica manipolazione di personalità descritta nel mio originario racconto, tuttavia sia io che la mia padroncina ben sapevamo che tale manipolazione non era necessaria, giacché l’effetto eccitante e disinibente delle pasticche aveva il solo scopo di favorire il soccombere della mia mente alla vera droga già contenuta dentro di me, ovvero al deviante istinto che mi aveva portato a scrivere quelle righe, ad accettare l’imperio di Aldina, a compromettere ogni cosa, i miei rapporti, il mio lavoro, la mia esistenza per annullarmi nel capriccio di una musa il cui potere, razionalmente inspiegabile, parimenti consisteva in un istinto che si nutriva della propria stessa regale consapevolezza, oltrepassando la bellezza e la personalità di Aldina per renderla ai miei occhi un’autentica dea, più bella ed intelligente e potente di qualsiasi altra creatura. Comunque stessero le cose sentivo, facendomi drogare, di veramente cancellare ogni mio pensiero ed ogni mia volontà per mettere il mio cervello in balia della mia padroncina, sicché veramente poi assorbivo ogni istruzione, indelebilmente iscrivendola nella mente, ed ella giocosamente improvvisava, divertendosi per i piccoli assurdi rituali testé introdotti nella nostra relazione. In particolare Aldina, che si era eccitata nel leggere il proprio omonimo personaggio comandarmi battendo la suola o schioccando le dita, si divertì nel corso dell’addestramento ad inventare nuovi, più fantasiosi, comandi gestuali come la sorta di sbadiglio che faceva quando voleva che io mi predisponessi ad accogliere in bocca il suo piedino, come il veloce guizzo della lingua che mi induceva a prestare attenzione alla sua intimità, come la ‘O’ che con le labbra mi indicava il suo imperioso desiderio di impegnarmi in un prolungato ‘bacio francese’ del suo regale sfintere, come — ma l’elenco potrebbe continuare — il rapido agitarsi delle dita dei piedi che non mancava mai di provocare in me un devastante orgasmo. Molti di quei piccoli giochi vennero escogitati e per la prima volta provati nel corso di quella notte, in cui Aldina si addormentò nuda nel mio letto mentre io ancora la blandivo massaggiandola con le mani ed accarezzandola con regolari e diffusi passaggi della lingua: quando poi mi accorsi del suo respiro regolare e profondo scesi dal letto e mi stesi sul pavimento. Avvertii allora, come in un baleno, un guizzo di autocoscienza che tuttavia non fece in tempo a venire alla luce, subito sopraffatto dall’inebriante aroma dei vicini sandali di Aldina, che io cercai con la mano e senza far rumore mi portai al viso, addormentandomi a mia volta in preda a tale erotica ispirazione. La mia padroncina mi aveva comunicato che, in previsione di una intensa giornata, voleva essere destata alle 9,00 ed io eseguii puntuale il mio incarico sostituendo il trillo della sveglia con una serie di piccoli baci sui piedini rotondi: Aldina, gli occhi ancora socchiusi, stirò il proprio corpo e, dopo un attimo di smarrimento, mi fissò con divertita malizia mentre reggevo davanti a lei il vassoio della colazione. "Voglio che faccia colazione anche tu - mi disse, dopo aver finito di mangiare — ti piace l’albicocca?" "Si padroncina" risposi. "Allora portami la borsetta" comandò. Io eseguii ed ella estrasse l’ennesima pastiglia che infilò fra le labbra della vulva, poi aprì una confezione di yogurt e fece lentamente colare il liquido biancastro sulle sue seriche intimità, ove io mi accinsi avidamente a prendere la colazione: il sapore di frutta frammisto al muschiato aroma delle eccitate secrezioni di Aldina si impressero in me con orgasmica impressione centuplicata dalla sostanza stupefacente, sicché sin dall’inizio della nuova giornata ogni mio pensiero venne obnubilato dalla assoluta soggezione alla mia dea, che tanto potere aveva sul mio corpo e sulla mia mente. Mentre Aldina osservava compiaciuta il mio stato confusionale squillò il telefono e, per non distrarmi dal delizioso compito, fu ella a rispondere: "Pronto? — ella disse — Come? … Lo chiedo io chi parla! … Paola? … lui al momento non può rispondere perché è impegnato a far colazione — soggiunse ridendo - poi deve accudire alla sua padroncina, comunque è impegnato tutto il giorno … Io sono la sua padroncina … Va beh, se non la vuoi capire ti faccio parlare con lui, ma solo un minuto" poi rivolgendosi a me, che continuavo imperturbabile ed assorto a leccarla, disse con sufficiente voce perché si sentisse all’altro capo: "Rispondi al telefono, c’è una puttanella di nome Paola che ti cerca … comunque la tua colazione è finita, sai che non mi piace essere interrotta. Chiudi in fretta e vieni a scusarti", si alzò quindi e si diresse languidamente verso il bagno, segnando il percorso con i deliziosi residui della mia colazione che sgocciolavano dal suo regale pelo pubico. Addolorato e mortificato per avere contrariato la mia dea mormorai "Si padroncina, scusami padroncina", afferrai poi la cornetta riversando tutta la mia frustrata collera sull’incauta telefonista che dopo pochi secondi riattaccò piangendo. Corsi quindi a raggiungere Aldina, senza altro pensiero se non quello di farmi perdonare e mi prostrai a terra davanti a lei che aveva fatto della tazza del water il proprio trono; con la fronte a terra mostrai i palmi delle mani, perché lei non dovesse tenere appoggiati sul freddo pavimento i delicati piedini, che sfiorai con un reverente bacio in attesa che ella si degnasse di rivolgermi la parola. Aldina fece pesare ancora un minuto di silenzio e poi ruppe la pesante atmosfera rivolgendomi la parola: "Non so se voglio tenere al mio servizio uno schiavetto che pensa ad altre donne". "No padroncina, Ti prego — supplicai - Ti assicuro padroncina che io non ho altri pensieri ed altro scopo nella vita se non quello di servirti fedelmente e …". "Taci — intimò imperiosa — e rispondi solo quando la tua padrona ti interpella. Chi è questa puttanella che ti ha distolto dal mio servizio?" mi chiese. "E’ … era la mia fidanzata" risposi. "Bene, la tua ex-fidanzata. Ed è bella? Bella come me?" proseguì sorniona. "Nessuna è bella come te, padroncina" dissi prontamente, rassicurato dal piedino che ella prese a strofinarmi fra i capelli. "Cerca una sua foto e portamela" mi ordinò, ed io corsi a prendere la cornice che stava nel mio studiolo domestico, in cui era contenuto un bel ritratto scattato nel corso di una recente vacanza. Quando ritornai in bagno l’atmosfera era satura del penetrante afrore provocato dalle deiezioni di Aldina; io di nuovo mi inginocchiai tenendo innanzi a me la fotografia ed ella si alzò facendo defluire l’acqua nel water: quindi prese in mano ed esaminò la fotografia, mentre io la guardavo in trepidante attesa. "Voglio lasciarti libero di scegliere fra me e lei — ella disse maliziosa —guarda e decidi, ma ricordati bene che una volta fatta la tua scelta non potrai più tornare indietro" appoggiò quindi il portaritratti sul coperchio del water e si voltò appoggiandosi alla parete con le mani, mentre leggermente si abbassava e divaricava le gambe in modo che davanti a me si schiudessero le natiche sode e rotonde e mi si offrisse il tiepido e scuro buchino arricchito da recente fragranza. Dopo un breve silenzio ella voltò il viso: "Scegli adesso!" mi disse, arrotondando le labbra dopo la vocale fino a formare la ‘O’ del tacito comando recentemente appreso: io non ebbi esitazione alcuna ed arrotondai anch’io le labbra, facendole perfettamente combaciare con l’ano della mia padroncina prima di incominciare ad adorarlo con la lingua. |
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