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| Primi anelli
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Postato il: 05-01-2006
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Roberto fece segno ad Eleonora di spogliarsi. Voleva verificare che tutte le sue istruzioni fossero state eseguite, e che la ragazza fosse pronta a soddisfare tutte le sue fantasie. Era sempre eccitante per Eleonora spogliarsi per Roberto, lo faceva sempre, a volte precedendo il suo invito, a volte attendendolo per sentirsi ancora più docilmente sottomessa.
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Roberto le chiedeva di muoversi con lentezza, di far scivolare i vestiti a terra, di giocare con la lingerie sempre diversa che lui le comprava, scegliendo tra i capi più maliziosi e seducenti. Da sotto le camicette attillate della ragazza spuntavano reggiseni in pizzo dalle audaci trasparenze, a sostenere un seno pieno, morbido, avvolgente, da sotto le gonne – spesso esageratamente corte – comparivano mutandine e perizomi in stoffe trasparenti, ad incorniciare la tenera fessura di quel pube che Roberto aveva chiesto venisse completamente rasato “come quello di una bambina”. Ma non erano poche le occasioni che Eleonora era invitata a soluzioni ancora più eccitanti: era quando indossava un reggiseno senza coppe che teneva arditamente sospese e diritte le due mammelle, sormontate dai due capezzoli turgidi in una maniera quasi arrogante; era quando il reggicalze e le calze disegnavano una perfetta finestra sulla sua fica nuda e palpitante. Accadeva in serate in cui Roberto cercava in lei il piacere perfetto che nasce dalla dominazione e dall’adorazione, serate in cui Eleonora si accarezzava dolcemente per lui mentre si confessava nelle sue più segrete intimità. Roberto, immobile, in silenzio, era tutto ascolto, tutto sguardo. Sguardo che si soffermava sulla bocca di lei mentre raccontava, tra crescenti sospiri, le sue prime esperienze sessuali (la volta che aveva sorpreso il fratello nudo e l’aveva dolcemente masturbato, il diverso sapore dello sperma dei due ragazzi a cui aveva concesso per la prima volta e contemporaneamente la propria bocca - aveva 16 anni, l’amico del padre che una notte d’estate l’aveva sverginata nella cabina di una nave). Sguardo che seguiva le dita della mano di Eleonora mentre le aprivano la vagina come un succoso frutto di albicocca (“mi ha preso tre volte, l’ultima da dietro, mi sembrava di essere impalata…”). Sguardo che osservava la parte scoperta delle cosce di lei quando, dopo un ultimo lungo sospiro, un rivolo rivelatore e liberatorio, “il mosto del mio tino”, le scorreva come dolce resina dallo spacco inumidito e le bagnava malizioso le giarrettiere. A quel punto lui le chiedeva di smettere di parlare e di infilarsi in bocca le dita bagnate. Spesso Eleonora compiva queste operazioni seduta su una grande poltrona, le gambe spalancate e la gonna sollevata; qualche volta la faceva mettere in ginocchio, col culo rivolto verso di lui, affinché fosse più semplice, alla fine del racconto della ragazza, penetrarla il più profondamente possibile, svuotarla, letteralmente, meccanicamente, del suo passato e riempirla del suo seme. Eleonora aveva 19 anni, amava godere, sapeva sentiva che per godere si deve essere posseduti, si deve essere conosciuti. Ciò che Roberto le chiedeva e le faceva fare, la dedizione infinita che aveva scoperto in sé nell’obbedirgli, l’attenzione con cui succhiava le sue dita fradice di umore o leccava il membro di Roberto, baciandogli delicatamente le grosse, ruvide palle, tutto faceva parte di un desiderio. “Scopami, scoprimi…”: lo implorava. Così anche quella sera Eleonora si spogliò, ma questa volta più in fretta poiché lo scopo era quello di dimostrare che i desideri di Roberto erano stati eseguiti. Restò nuda, completamente nuda, nuda con il suo corpo e i suoi desideri, nuda sotto lo sguardo di Roberto, nuda con il suo seno e la sua fica, nuda con i suoi tre nuovi anelli. Roberto gli li aveva fatti comprare dopo che lei gli mostrato il piercing appena inserito all’ombelico. L’idea lo aveva divertito e infine eccitato. Gli piaceva accarezzare quel morbido pancino e tirarla a sé attraverso quell’anellino che sporgeva dalla sua carne. Eleonora lo aveva capito subito, se ne era lusingata: “ha capito che può possedermi”, pensava. Gli accennò delle altre applicazioni che il tizio del piercing le aveva proposto. Roberto ascoltò con interesse. Chiese se vi erano anelli più grandi di quello portato all’ombelico da Eleonora e avutane conferma le chiese di acquistarli. La sera che Eleonora li fece vedere a Roberto, lui li contemplò a lungo, poi la fece spogliare e distendere sul letto. Confrontò le dimensioni degli anelli alle dimensioni del corpo di Eleonora, li appoggiò alla sua pelle, mentre la ragazza aveva un brivido. “Ne porterai altri tre: due ai capezzoli ed uno qui, sulla fica”. Pronunciando quelle parole le accarezzò i punti corrispondenti. “Sono abbastanza grandi, – in effetti Eleonora aveva preso degli anelli enormi, presentando le intenzioni di Roberto – vedrai che ci saranno molto utili. Domani li farai applicare.” Così quella sera Eleonora era pronta per lui, era nuda, nuda coi suoi tre nuovi anelli, quattro con quello all’ombelico. Anelli che le attraversavano i capezzoli, che ora sembravano più tesi ed arroganti, e ricadevano sulle areole brune del grande seno. L’anello più grande attraversava entrambe le grandi labbra della fica, proprio dove esse cominciavano a separarsi, in alto, sembrava un batacchio appeso alla porta di una casa. Eleonora era nuda e tremava adesso, poiché Roberto la osservava da vicino e la tirava a sé attraverso i tre anelli. Le carni forate si tesero sotto la pelle, le labbra del grembo si schiusero, mentre venivano tirate in quel modo inconsueto, rivelando il loro rosso segreto. Da un astuccio Roberto estrasse tre catenelle, della lunghezza di circa due metri ciascuna, le applicò ai tre anelli e con questi tre supporti condusse Eleonora in giro per la stanza, tirando alternativamente quei tre bizzarri guinzagli, tra silenziosi gemiti e sospiri della ragazza. Ad un tratto Roberto lasciò andare le catenelle appese ai capezzoli che rimasero a ciondolare lungo i fianchi della ragazza, passò alle sue spalle e cominciò a tirarla da dietro: mentre arretrava barcollando Eleonora sentì la catena penetrarla oscenamente e scorrere tra le grandi e le piccole labbra, solleticandole il clitoride e risalendo lungo le natiche. “Ecco, mi sta prendendo”, pensava mentre quello strumento di umiliazione la scavava, nave di ferro che attraversava il suo mare di piacere, tirata dalla mano del suo amante esigente che, nel frattempo si era seduto sulla poltrona e la osservava nuda di spalle, la catena che spuntava come una coda dal suo culo rotondo e bianco. “Stringi le cosce”: le ordinò. Vi fu uno strattone più forte, l’anello che perforava la carne si tese, Eleonora gridò. “Adesso a quattro zampe, gambe aperte”, la voce di Roberto tradiva l’emozione. Eleonora obbedì. Ora era un grande ragno bianco a braccia e gambe spalancate sul pavimento, la catena che spuntava dal ventre e terminava nelle mani di un amante implacabile. Roberto fissò l’estremità della catena ad un braccio della poltrona. “Tira”. Eleonora sentì la resistenza della catena. “Tira e masturbarti”. La ragazza cominciò ad oscillare avanti ed indietro appoggiandosi a gambe e ginocchia. Come un acrobata sul filo, faceva scorrere la carne viva della sua fica sugli anelli ormai caldi e bagnati della catena. Il suo uomo la contemplava, avrebbe potuto continuare all’infinito, la tortura era piacere, il piacere tortura. Roberto le passò davanti e si inginocchiò davanti a lei. Le prese il viso con una mano, con l’altra aprì la patta dei pantaloni. Il suo membro rigido, paonazzo di voglia fu accolto senza indugio dalla bocca già spalancata di lei. Mentre il suo culo si muoveva in una danza lenta ed antica, assecondando lo scivolare della catena tra le cosce, Eleonora bramava dimostrare al suo uomo la sua dedizione assoluta, ingoiando quell’asta d’amore fino alla radice. “Sborrami in gola, mentre vengo”, pensò, ed il pensiero fu in anticipo di qualche secondo sull’atto, poiché Roberto la penetrò più a fondo e proruppe in uno schizzo caldo e denso. Eleonora sentì una morbida mano percorrerle la gola, la pancia, il ventre: muggendo di piacere venne, ringraziando silenziosamente l’uomo che l’aveva così consapevolmente inchiodata a quel pavimento. Quando Roberto estrasse il suo membro dalla sua bocca (lo sfilò lentamente, come le aveva insegnato, affinché lei potesse ripulirlo con tutto comodo), le ordinò di restare per qualche minuto ancora così, a bocca braccia e gambe aperte. Ora Eleonora si sentiva penetrata dal vuoto, dal vento, dal silenzio, ed ebbe tempo per godersi un lieve ma inconfondibile orgasmo. “Ora puoi sdraiarti”, le disse. Poi staccò la catena dal braccio della poltrona e la avvolse intorno alla vita della ragazza stremata. “A quattro zampe” ordinò di nuovo. Eleonora obbedì: “Come mi prenderà adesso?”. Lo vide spogliarsi. “Mancano due anelli” disse. E sedendosi a cavalcioni sulla sua schiena (Eleonora sentiva le natiche di lui, il suo sesso accarezzarla appena sopra il suo osso sacro), impugnò le catene appese ai capezzoli, le fece passare, incrociandole sotto i due seni e da davanti, sulle spalle. Eleonora era il suo cavallo, il suo gioco da adulto. “Op, cavallina!”. Con una ruvida pacca sul sedere la fece avanzare sotto il suo peso, con quelle due strane briglie attaccate al petto. lei assecondò la sua voglia di giocare, nitrendo quando lui glielo ordinava, trottando per più di mezz’ora, ricevendo grata le sue carezze così come i suoi sproni. “Portami alla monta, padrone mio!”, si scoprì a pensare. Anche stavolta lui le lesse nel pensiero poiché scivolò dietro al suo culo, le frugò con dita rapaci l’ano, quindi, continuando a tirarla con le catene, la penetrò in quel sentiero più stretto ma altrettanto caldo e lubrificato. Eleonora adesso nitriva a piena gola, a pieni polmoni, mentre il suo amante la cavalcava con foga. Nitrì ancora più gioiosamente quando un caldo fiotto di sborra, percorrendo una strada opposta, andò a raggiungere quello che aveva precedentemente ingoiato. “Io non gioco diversamente da lui”, pensò mentre lui smontava e la faceva rimettere in piedi. |
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