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Cinglant Argument

Letto: 4611 volte | Commenti: 0 | Postato il: 06-10-2005

Ogni quindici giorni vi era la lezione di ballo e “Boston” dalla signora Lautaret, moglie del ricchissimo banchiere, presso la residenza di viale Marceau. Da questi pomeriggi domenicali erano esclusi i minori e solo i ragazzi e le ragazze di età compresa fra i diciotto ed i vent'anni si esibivano al ritmo di valzer lenti e si perfezionavano nella grande arte del “Boston”, semplice e doppio, sotto l’occhio attento ed esperto del maestro Nilovieff la cui celebrità, tutta recente, sembrava dovesse eclissare quella dei Loppe, dei Mischine e di altri virtuosi della danza più di moda in quel momento. Chat Sadomaso la Chat Erotica

Come professore e quale danzatore, Nilovieff meritava la fama e la reputazione di cui godeva. Doveva però, evidentemente, un poco del suo successo anche allo snobismo delle signore della casa che se lo contendevano. Le signorine che prendevano parte alla lezione, le mamme e gli invitati, tutti insomma, non avevano verso di lui una parola discordante, anzi, alle sue orecchie si sussurravano solo parole di apprezzamento e di ammirazione per la sua opera.
Essendo così apprezzato doveva sicuramente farsi pagare molto bene... E invece no. Niente di tutto questo. Sessanta franchi l'ora per una domenica, si converrà che non era per niente eccessivo!
Inoltre, una certa aria misteriosa che gravitava attorno alla vita di Nilovieff, contribuiva a renderlo ancora più interessante alle sue ammiratrici, stimolandone la curiosità. Risiedeva a Parigi da non molto tempo, celibe; o meglio, viveva da “single”.
Di lui si conosceva assai poco o quasi nulla; solo qualche diceria vaga, imprecisa che faceva solo supporre e nulla affermare. Considerato il suo nome, gli sì attribuiva la nazionalità russa, ma vi erano ragioni per credere che fosse un vecchio capitano dell'armata austriaca obbligato all'esilio per essere stato troppo favorito da un'illustre dama che ricopriva un'importante carica alla corte imperiale. La prima lezione ebbe luogo: teoria, spiegazioni tecniche e dimostrazioni. Nilovieff non voleva nulla di approssimativo ed esigeva la perfezione assoluta; più volte affermava che non voleva formare un'allieva ma un'insegnante.
Seguirono due lezioni e si riscontrarono piccoli progressi ed il maestro si mostrò meno compassato, più grazioso negli incoraggiamenti ma anche più vivo nelle osservazioni, alzando la voce ed aggrottando le sopracciglia, lanciando alla sua allieva sguardi indagatori minacciosi. Lei allora si sentiva avvampare di rossore le gote ed abbassava lo sguardo sentendo le proprie gambe piegarsi su se stesse.
Questa emozione, tutta speciale, avrebbe dovuto affievolirsi a mano a mano che la conoscenza fra la signorina Rambessac e il maestro Nilovieff si rafforzava; invece avvenne il contrario ed ella si presentò alla quarta lezione più tribolata che mai.
Ogni volta che il maestro aggrottava le sopracciglia,  la  signorina Rambessac era, davanti a lui, come una ragazzina dinanzi al suo professore e, quando si lasciava scappare qualche piccolo movimento di scoraggiamento, era sufficiente  un semplice sguardo di Nilovieff per farla tornare calma e docile. Obbediva inconsciamente alla voce secca e grave che le diceva:
- Ricominciamo... attenzione questa volta, non possiamo restare qua a lungo. Andiamo, proviamo ancora! Nilovieff   non   aveva   per niente il tono di un professore che spiega ma piuttosto l'inflessione imperiosa del maestro che ordina, e l'allieva danzava come era in grado di fare ed a nulla servivano i  suggerimenti che riceveva.
-  No, no! Così, non va per niente... I piedi sono messi male, alzate la vostra gonna...  Ancora...  ancora...  non posso vedere i vostri movimenti!  Saranno anche graziosi questi abiti ma sono certamente scomodi  per imparare a ballare.
La signorina Rambessac alzò la gonna aderente prima all'altezza del polpaccio, poi sino a mezza gamba.
- Bene! Disse Nilovieff soddisfatto,  non  è  il caso  di arrossire così, che diavolo! Non esigerei mai una cosa del genere da una signora con delle brutte gambe... Ma questo non è il vostro caso! Siccome la gonna ricadeva, si fece  una  piega e la fermò con uno spillo cercando di mantenerla all'altezza desiderata ma, dopo neppure due minuti, lo spillo si sfilò dalla stoffa tesa e la gonna ricadde alle caviglie. Nilovieff, corrugando la fronte, disse:
- Aspettate un minuto!
Ritornò dopo qualche istante tirando la funicella di un pacchetto dal quale estrasse un paio di mutandine di seta.
- Guardate! Disse rivolgendosi alla signorina Rambessac, ecco la tenuta da lavoro per una ballerina; con questa vi potrete muovere liberamente, non avrete nulla da tenere sollevato e io vedrò cosa fate... Così, svolgeremo un buon lavoro.
- Oh! Questa è per il teatro. Protestò sommessamente la signorina. Non ho mai visto usarne durante un corso di danza.
- Questa è la prova - replicò seccamente il maestro - che è necessario: voi non siete a un corso di danza, siete sola con me, e il vostro professore vi chiede di togliere quei vestiti e indossare queste mutandine...
Questo fu detto con un tono che non ammetteva né rifiuti, né esitazioni.
- Ah! Che stupido sono. Disse il maestro mentre porgeva quell'oggetto all'allieva. Deve essere troppo piccolo, non entrerete mai lì dentro... – e, come per misurare, appoggiò le mutandine contro la schiena della signorina Rambessac.
- È evidente, continuò il professore, che avete una taglia superiore. Bene, vorrà dire che ve ne procurerò una per la prossima volta,  la troverete  da Barie,  il costumista dei teatri.
- A dire il vero, aggiunse la signorina Rambessac con la voce tremante, io ne possiedo una molto simile a quella.
- Se l'avete, allora è perfetto, e magari.... magari ne avete una anche oggi? L'allieva divenne rossa e dopo qualche istante di esitazione, disse:
- No, no! Oggi non ce l'ho. No.
- lo invece sono certo del contrario, guardatemi bene! Esclamò Nilovieff con le sopracciglia aggrottate.
La signorina Rambessac, mantenendo gli occhi bassi, fece con il capo un lento gesto di negazione.
- Adesso vediamo, avanti...  alzate la gonna forza alzate, sto aspettando... Siccome la ragazza restava immobile con lo sguardo al pavimento, lui stesso prese un lembo della gonna per alzarla.
La signorina, sedutasi su di una sedia, portò meccanicamente le mani sulla fronte e impallidita disse:
- Sì, sì, le ho indosso... ma vi prego, per oggi... non oso, sono molto affaticata... sembra che mi giri la testa... la prossima volta, la prossima, sì.
In effetti la signorina Rambessac era in preda ad uno stato di intensa agitazione e reclinò il capo all'indietro per facilitare la respirazione.
Trascorso un minuto, Nilovieff, visto che il momento d'emozione era passato, disse dolcemente:
-  Bene, bene, ecco come si comportano le ragazzine. E sostenendola per la vita, la obbligò  a       rialzarsi. Andiamo - disse guardandola bene negli occhi - toglietevi questa veste e rimettiamoci al lavoro. In fretta... insisto...  Lo  voglio,  obbedite! Sono io il maestro!
Aveva pronunciato queste parole lentamente ma con una volontà indescrivibile e dominata da questa volontà - senza dubbio più forte della propria - la signorina Rambessac, le dita tremanti, slacciò i legacci della gonna che erano posti in diagonale sul lato sinistro.
Nilovieff l'aiutò a liberare le braccia dalle maniche strette che erano aderenti come dei guanti. La gonna di seta nera e bianca molto leggera, una volta tolta fu deposta su di una sedia; la signorina si trovò così vestita solo da quel leggero costume, piccante e civettuolo. Era più robusta di quando era vestita, grazie all'artificio dei vestiti che ne allungavano la figura; in ogni modo, se si poteva dire che le linee leggere e graziose della ragazzina stavano svanendo, la rivincita era quella di presentare forme amabilmente sviluppate ed affascinanti senza la faziosa sovrabbondanza della maturità. La pelle bianca traspariva dalle sottili calze di filo che fasciavano polpacci e cosce ben tornite. Nonostante le calze fossero perfettamente aderenti, grazie anche a delle giarrettiere che passavano sotto le mutandine, erano ulteriormente fermate da grandi giarrettiere di seta nera poste appena al di sopra delle ginocchia: ornamento questo un poco desueto... Sotto le mutandine di filo nero, aderentissime e sottilissime, erano disegnate le cosce nervose e una schiena possente che un corsetto, abilmente studiato, faceva proiettare maggiormente, comprimendo con efficacia il ventre.
- Bene! Dunque è così terribile? Chiese Nilovieff quando si trovò di fronte l'allieva con indosso solo quel leggero costume. Vi garantisco che non avete nulla da perdere; al contrario, vedrete come lavoreremo bene. Prendendola per la vita, dopo aver avviato il meccanismo del piano, la trascinò a ballare. La signorina Rambessac danzava con quell'uomo... e in quali circostanze! Sola con lui, pressoché nuda e fra le sue braccia.
Dopo cinque o sei giri il piano si arrestò ed ella si trovò sola davanti a Nilovieff che bruscamente disse:
- Non ci siamo per niente!
In quell'istante la ragazza si rese conto della situazione nella quale si trovava e, in un gesto di pudore, portò le proprie mani davanti a coprire la propria intimità. Poi, aggiunse:
- Può bastare per oggi, mi sento un poco affaticata.
- Basterà quando sarà il momento... Andiamo, ricominciate da sola, partite e contate. Rispose bruscamente il professore.
La signorina Rambessac obbedì ma, allo stesso tempo, ebbe un soprassalto: con la punta di un sottile frustino che teneva in mano, Nilovieff iniziò a percuoterle leggermente i polpacci.
- La punta dei  piede più  a  sinistra. Comandò imperiosamente l'insegnate. Col frustino le percosse alternativamente ciascuna gamba con piccoli colpi, cercando di farle assumere la posizione corretta. Queste sferzate le causavano un leggero ma fastidioso pizzicore. Fu tutta un'altra cosa quando la sferza invece di colpire la parte più carnosa del polpaccio andò a colpire la mezza coscia, con forza e con un movimento di impazienza del maestro. La signorina Rambessac si fermò di colpo, rossa scarlatta. Nilovieff non vide - o fece finta di non vedere - e con la voce e con i gesti riprese la dimostrazione guardando la sua allieva dritto negli occhi.
- Sono scoraggiata, sarà meglio che io rinunci; non sono sufficientemente agile e, probabilmente manco di predisposizione.
- Se non ne avete, vi sarà data! Aggiunse Nilovieff con un tono freddo ed un poco enigmatico.
L'ora della lezione volse così al termine, l'allieva si rivestì e prese congedo dal maestro ridivenuto il freddo e corretto gentiluomo di sempre. La signorina Rambessac rientrò a casa fortemente emozionata e, riflettendo, costatò che le cose fra lei e Nilovieff avevano preso una piega molto scabrosa. Per l'emozione o per lo stordimento si era pressoché interamente spogliata davanti a lui e se il maestro si fosse preso qualche galante licenza ella, senza dubbio, non avrebbe avuto abbastanza energie o sufficiente presenza di spirito per contenerlo.
In ogni modo, essendo andata a trovare il professore per curiosità, questa curiosità era stata soddisfatta ed era meglio non continuare a scherzare col fuoco. Decise così di scrivere a Nilovieff una lettera dove lo ringraziava per le lezioni che le aveva impartito ma che, in prospettiva di un risultato mediocre, aveva deciso che non avrebbe più continuato.
Tre giorni dopo, all'ora fissata, ella saliva dal professore!... Infatti, avendo atteso il giorno seguente per inviare la fatidica lettera, invece di spedirla l'aveva gettata nel fuoco. Aveva riflettuto e considerato che fosse più corretto dire quelle cose a viva voce, di persona,
- No, no, questo non va per niente! Quando penso che a Mosca le giovani ballerine che non sono certo più intelligenti di voi, apprendono queste cose in una mezz'ora di lezione... E vero che noi impieghiamo con loro un altro metodo quando è necessario....
- Ma bene, se avete un altro metodo perché non lo impiegate?
Nilovieff la guardò bene e fermamente negli occhi con un raggiante sorriso, enigmatico.
-  Potreste avere qualche inconveniente. Rispose il maestro.
-  Perché? Che inconveniente? Il fine giustifica i mezzi. Ribatté la ragazza.
-  Dopo tutto, avete ragione. Concluse sorridente il professore.
Così dicendo prese dalla libreria un album di fotografie che mise sotto gli occhi della signorina Rambessac.
- Ecco, disse girando i fogli. Ecco la classe di danza, ecco gli esercizi di gruppo, ecco la sbarra, le flessioni, eccetera, eccetera, ed ecco la fotografia più interessante.
Girò la pagina arrivando all'ultimo foglio.
-  Ecco un'allieva che ci ha scontentato con la sua disattenzione e la sua maldestria; ed ecco cosa l'attende, la parte perfetta del metodo, la sola veramente efficace.
Davanti alla fotografia che il maestro commentava, la signorina Rambessac era divenuta rossa come un pomodoro; chiuse gli occhi, li riaprì; poi, con voce stentante, balbettò:
- Oh! Povere ragazze! Che vergogna! Senza aggiungere una sola parola, Nilovieff chiuse l'album.  La lezione riprese. Ma l'allieva era ora in preda ad un nervosismo più intenso che mai; il suo viso rimaneva imporporato ed era evidente che ora non comprendeva né intendeva una sola parola del maestro; i suoi pensieri erano fermi a quella fotografia che aveva visto poc'anzi. La punta del frustino la colpì, questa volta un poco più in alto. Istintivamente ella portò le mani sulla parte colpita ed in risposta la sferza colpì il fondoschiena più forte.
La signora Rambessac si bloccò, era scarlatta; il suo sguardo incrociò quello di Nilovieff, lo sostenne per qualche istante, ma poi abbassò gli occhi.
- Bene. Cosa avete dunque? Continuate, sembra che tremiate... disse il maestro imperturbabile.
Oh, sì, la povera ragazza tremava e così tanto che non era in grado di rispondere.
- Andiamo... Un po' di buona volontà e di attenzione... Volete proprio obbligarmi ad impiegare il metodo moscovita? La signorina Rambessac passò la propria mano sulla fronte, le sue gambe fremevano e le sembrava che le cose girassero attorno a lei; cadde seduta su di una poltrona. Se fosse stata nelle condizioni e nello stato di farlo, avrebbe potuto leggere sul viso del maestro un'espressione trionfale.
Dopo due o tre minuti si rialzò.
- Credo di aver avuto uno svenimento, meglio che rinunci, non arriverei mai a nulla.
- Rinunciare! Mi oppongo nel modo più assoluto! Urlò Nilovieff con un tono implacabile.
- Io non accetto di avere lavorato in pura perdita... andiamo, un po' di coraggio e di attenzione.
Meccanicamente, senza alcuna resistenza, la signorina Rambessac si lasciò trainare dal maestro e fece con lui qualche giro con l'accompagnamento del piano, ma appena fu lasciata continuare da sola si sentì come perduta ed ebbe un nuovo mancamento.
Nilovieff le andò incontro e la prese per la vita; poi, fattala piegare in avanti, sul fondoschiena arrotondato, coperto dalle sottili mutandine di filo nero, lasciò cadere - deliberatamente ed in tre differenti riprese - il frustino che stringeva nella mano. Poi, imperturbabile e come se nulla fosse accaduto, disse:
- Riprendiamo.
La signorina Rambessac non aveva fatto un movimento né aveva emesso un grido. La lezione riprese. Non ci dilungheremo nei particolari; non fu né doppio boston, né boston semplice e neppure nulla che somigliasse ad una danza. La ragazza andava e veniva come se fosse un automa mal regolato, ascoltando ma non comprendendo le spiegazioni, intervallate dalla minacce di Nilovieff.
Di tanto in tanto il professore dava sul sedere dell'allieva una frustata, non più leggera come all'inizio ma energica e ben sibilante.
La paziente soffocò un grido, ma non protestò e riprese i suoi tentativi di danza con la stessa docilità e la stessa incoerenza. Infine Nilovieff terminò la lezione.
- Sono molto malcontento,  disse. E molto umiliato, è la prima volta che ho un insuccesso del genere e voglio rilevarvi il mio dispiacere. Così dicendo e tirandola per i polsi la condusse all'altro capo della sala verso una panca di velluto. Rassegnata, passiva, la povera ragazza si dibatteva appena, mormorando con voce angosciata:
- No, no, vi prego, lasciatemi!
La fece distendere per il lungo ed a ventre piatto sulla panchetta; ogni volta che la ragazza cercava di sollevarsi, la riprendeva con voce furiosa. Dopo, sul sedere ben piazzato, il frustino si abbatté sibilante mordendo la carne attraverso il sottile tessuto delle mutandine e della camicia. La paziente lanciò un lungo gemito. Trascorsero una ventina di secondi; un secondo colpo seguì il primo, ancora più tremendo. La signorina Rambessac posò un piede a terra.
- Rimettetevi immediatamente in posizione  o  vi  frusto   a   nudo! Ordinò Nilovieff con voce secca. Terrificata e soggiogata la signorina obbedì.
Metodicamente e spaziando i colpi come per far durare più a lungo il castigo, Nilovieff colpì ancora sei volte, vigorosamente, ed in sei posizioni differenti attraverso le due natiche che si sollevavano a ciascun colpo sotto il morso del frustino.
In seguito, tranquillamente, senza lasciar trasparire alcuna emozione, tese la mano alla signorina Rambessac per farla alzare.
Con grazia perfetta l'aiutò a rivestirsi, rimarcando che, questa volta, la lezione si era protratta un poco più a lungo. La ragazza ascoltò pressoché assente, incapace di articolare una parola. Quando ella fu pronta, il maestro le disse con un singolare sorriso:
- Tornerete domani, non è il vostro giorno ma bisogna battere il ferro quando è caldo. Tornerete domani perché lo desidero, io lo voglio. Ah! Prima di andarvene guardate ancora bene questa. Così dicendo porse nuovamente l'album di fotografie.
-  Vedete bene che questa ragazzina è sculacciata sulla carne nuda; bene, domani, voi sarete frustata come lei, a nudo, capito bene? Perché voi sbaglierete ancora, voi danzerete male, voi sarete un'allieva svogliata e, io lo so, io vi faccio tornare per punirvi, per sculacciarvi, per frustarvi; voi lo sapete e domani verrete.
Parlandole l'obbligava a guardarlo negli occhi ed a subire il suo imperioso sguardo.
- Voi verrete. Rispondete: lo voglio!
La signorina Rambessac rispose di sì ed uscì tentennando.

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