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| Pavlovian Slaves (1)
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Postato il: 12-10-2005
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Quando aprii gli occhi la mia visione era distorta, mi sentivo strano, con la testa 'ovattata' e non riuscivo a pensare con chiarezza. Ricordavo vagamente un colloquio con una donna, ma non ricordavo chi quella donna fosse, né capivo dove mi trovassi o come avessi fatto a trovarmi dov'ero.
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D'un tratto avvertii una mano che mi scuoteva la spalla: "Ti stai svegliando?" una voce femminile mi chiese, "Su dai, Marco, svegliati". I miei occhi cominciarono a mettere meglio a fuoco e vidi Aldina che si stava rivolgendo a me. Tentai di alzarmi ma qualcosa mi tratteneva e non riuscivo a muovermi. "Bene - ella disse - finalmente sei sveglio: ti ho drogato, per cui può darsi che ti senta un po' confuso". Poi lasciò la stanza ed io richiusi gli occhi cercando di pensare: "Forse sto sognando" pensai, scuotendo la testa. Incominciai quindi a guardarmi intorno: ero seminudo e le mie braccia, i miei polsi e le mie caviglie erano stati assicurati tramite robuste bande di velcro ad una sedia da dentista. Ricordai vagamente di essermi recato a casa di Aldina che mi aveva richiesto un consulto, chiedendomi di potere incontrarsi a casa sua, anziché nel mio studio, perché l'argomento era piuttosto riservato e lei non voleva che nessuno la vedesse entrare da me. Lei rientrò tenendo in mano una specie di collare sottile e cromato. "Cosa diavolo hai intenzione di fare?" le chiesi, pensando che si trattasse di una sorta di strano e non divertente gioco. "Era ora che ci svegliassimo completamente!" Aldina commentò senza rispondermi. "Liberami - dissi - cosa sta succedendo?". "Stai buono - rispose - e ben presto saprai tutto". Premette poi un pedale alla base della sedia facendola reclinare e si accinse ad allacciarmi il collare. Io tentai di fermarla ma - immobilizzato com'ero - non potevo fare nulla: "Senti - le dissi - questa storia è già andata avanti troppo: apprezzo il divertimento ma adesso è ora ...". Aldina fece un sorriso di commiserazione ed, afferrandomi con decisione per i testicoli, mi interruppe secca: "Non è un gioco, e tu farai quello che ti dico io". In quel momento avvertii quanto fosse bella: dimostrava ventisette o ventotto anni, la sua non altissima statura metteva in risalto il corpo ben formato, avvolto in un abito azzurro corto e scollato ed impreziosito dalle eleganti scarpe bianche a tacco alto con calze a rete dello stesso colore. I lunghi capelli castani, raccolti all'indietro in una crocchia sopra il capo, lasciavano sfuggire due sottili ciocche che incorniciavano sia le minuscole orecchie, agghindate da un paio di lunghi pendenti, sia la fronte alta, sotto la quale due piccoli occhi scuri ed appuntiti mi guardavano con curiosità. Il naso era piccolo e graziosamente rialzato, le labbra erano crudelmente sottili. La vista del suo corpo sinuoso e della sua provocante bellezza, nonostante le circostanze, mi stava eccitando: poi lei strizzò con forza i miei testicoli, facendo sparire ogni mio pensiero. Ella assicurò dunque lo strano oggetto intorno al mio collo, facendolo chiudere con uno scatto metallico ed un breve suono elettronico, "Così va meglio" disse, facendo quindi rialzare la sedia in modo che io potessi vedermi riflesso nello specchio - sinora coperto - appeso di fronte a me. "Voglio che ti dia un'occhiata" proseguì, togliendo il velo che copriva lo specchio, ed io mi vidi con il collare, da cui una piccolo diodo luminoso lampeggiava, mentre sul mio torace era stata indelebilmente tatuata la scritta: "Schiavo della dea Aldina". "Bene - ella mi disse - cosa ne pensi?". "Penso che è una cosa pazzesca e ridicola" risposi. Di nuovo ella sorrise di commiserazione ed, avvicinatasi a me, mi diede uno schiaffo di una violenza tale da farmi sentire rintronato; feci per dire qualcosa ma ella mi percosse nuovamente, molto forte, per cinque o sei volte, rimasi quindi sbigottito e silenzioso, la mia rabbia completamente domata. "Non c'è proprio nulla di ridicolo - disse Aldina - stai molto bene così. Non è vero?"; io non risposi ed ella mi colpì nuovamente, facendomi urlare dal dolore. "Non va bene così il tuo aspetto?" chiese nuovamente. "Si, certo!" stavolta prontamente risposi, temendo la sua reazione. "Dillo" comandò. "Così sto proprio bene" risposi. "Bravo!" mi disse sorridendo. Poi si piegò su di me e mi baciò con ardore, esplorandomi la bocca con la lingua, mentre con le dita mi accarezzava i capezzoli. Il mio pene subito si rizzò: non volevo mostrarle il mio eccitamento ma non potevo farci nulla ed Aldina, vedendo il mio sconforto, nuovamente sorrise. Poi reclinò la sedia fino a farmi sfiorare il pavimento con il capo e slacciò il mio polso destro, in modo che potessi raggiungere il mio corpo, senza tuttavia arrivare agli altri lacci per liberarmi. "Adesso voglio che pensi a me e ti masturbi" mi disse. "Cosa?" esclamai incredulo, Senza preavviso ella premette una scarpa sulla mia faccia schiacciandomi fino a soffocarmi: "Ti ho già detto che tu farai quello che io ti dico senza discutere. Chiaro?" mi aggredì. "Si" respirai, quando tolse il piede. "Allora incomincia" ordinò. "Molto bene" poi aggiunse, vedendo che io incominciavo ad accarezzarmi nelle parti intime quindi, sfilandosi una scarpa, stese il piedino ben tornito ed incominciò a sfiorarmi delicatamente le labbra con le dita inguainate. Vedevo trasparire le piccole unghie di colore acceso e senza potermi controllare sentivo avvicinarsi l'orgasmo. "Aprì la bocca" Aldina comandò, e non appena lo feci ella infilò le profumate dita fra le mie labbra. "Ora succhia" mi disse, mentre le agitava delicatamente. Ubbidendole fui invaso da un'ondata di piacere e - chiusi gli occhi - ebbi un violento orgasmo: senza più ragionare continuavo a succhiarle avidamente le dita, mentre dal pene mi fuoriusciva una colata calda. Aldina rimosse lentamente il piede dalla mia bocca e, ridacchiando, intinse le dita nei miei umori, le asciugò poi sul mio viso porgendole infine nuovamente alle mie labbra perché venissero completamente ripulite: io la assecondai imbarazzato ed umiliato, ancora scosso dall'intenso piacere che avevo provato. Da un tavolino ella prese poi una siringa ed, infilandomela nel braccio mentre la guardavo impaurito, mi rassicurò: "Questa non ti farà male: dormirai solo un po', ed al tuo risveglio ti spiegherò tutto"; caddi in un sonno profondo mentre ancora i suoi tacchi si allontanavano. Ebbi un sogno confuso in cui mi rivedevo entrare nell'appartamento di Aldina che mi faceva accomodare in salotto: chiacchieravamo un poco e, mentre stavo estraendo i documenti dalla valigetta, lei si recava in cucina a prendere due bicchieri, porgendomene uno sorridendo. Poi la sentii che mi parlava: "Bene, stai ritornando" ed aperti gli occhi la vidi davvero seduta davanti a me: si era cambiata indossando un abito ancora più succinto del precedente e degli alti sandali senza calze che non la rendevano certo meno eccitante. "Adesso è il tuo turno per fare domande, se vuoi" mi disse. "Perché sono qui?" chiesi. "Perché ti ho scelto per un esperimento" rispose. "Un esperimento?" ripetei allarmato dalla parola e dal suo sguardo curioso. Aldina si alzò mettendosi a camminare per la stanza: io la seguivo, fin dove potevo, con lo sguardo ed ascoltavo, fuori dal mio campo visivo, il rumore ritmato dei suoi tacchi. "Sì - incominciò a spiegare con calma - un esperimento sul controllo della mente umana attraverso il feticismo: il feticismo può essere indotto ed io lo sto radicando in te come una droga irresistibile, attraverso l'ipnosi ed il riflesso condizionato". "Il riflesso condizionato?" nuovamente ripetei. "Già, non so e non mi interessa sapere come esattamente funzioni tutta questa storia ma mi hanno detto che l'inventore è un russo, un certo Paolov o Pavlov che fece qualcosa ai suoi cani, so soltanto che altre donne hanno già fatto questo esperimento ottenendo il controllo di chi volevano. Io ho scelto te perché sei un giovane e brillante professionista e conduci una vita regolare ed ordinata: sarà divertente vedere cosa posso fare di te!". Adesso avevo veramente paura: non si trattava di una sciocca follia, ma di un vero e proprio esperimento condotto su collaudate basi scientifiche. Non mi ero mai sentito così vulnerabile ed impotente in vita mia. "Ti interesserà sapere - disse Aldina - che una telecamera posta dietro quello specchio sta registrando ogni fase dell'esperimento". Guardai lo specchio con imbarazzato timore, ma vidi solo la mia immagine riflessa. "Al termine del trattamento - proseguì - il filmato mostrerà come tu sarai gradualmente diventato completamente schiavo della bellezza della tua padroncina, e guidato in ogni tuo pensiero ed azione dall'irresistibile desiderio sessuale che ti sto inculcando: il tuo cervello sarà come cera plasmata a mio piacimento dalle dita dei miei piedini". "Sciocchezze" risposi, mascherando con incerta spavalderia il vero e proprio terrore che mi aveva assalito, ma la sua risposta, seppure non esplicita, fu ancora più efficace: camminò infatti verso di me e sussurrò "Apri la bocca e preparati a succhiarmi le dita". Io obbedii senza indugio ed ella, sorridendo trionfante, si sedette appresso a me e si sfilò un sandalo, alzando il piedino ricurvo fino a sfiorare le mie labbra con le dita: io, incurante della telecamera e di tutto il mondo, cominciai a baciargliele con passione. Poi ella sfiorando con l'altro piede il mio pene eretto, disse "Ora sei pronto" ed, accavallate le gambe, aggiunse "Adesso voglio che ti concentri totalmente sul mio irresistibile piedino": io lo guardai intensamente mentre Aldina lo dondolava davanti ai miei occhi con un grazioso movimento, lento e regolare, in alto ed in basso. "Ora rilassati completamente" lei mi disse. Capii che mi stava ipnotizzando e mi sentivo sempre più costretto a fare del suo piede il centro del mondo, mentre il mio sguardo era fisso sulle seducenti piccole unghie dipinte. Un subitaneo moto di cosciente timore mi fece distogliere gli occhi ma ella, senza interrompersi per dire una parola, premette un bottone su di un piccolo telecomando: dal collare che indossavo si irradiò nel mio corpo una violenta scarica elettrica che mi fece gridare dal dolore. "Ti ho detto di pensare solo al mio piede" ella disse, ed io ritornai a contemplare con intensità il bel piedino dondolante, mentre la voce di Aldina diventava un sussurro di sirena carezzevole ed incomprensibile. Sprofondai così in uno stato sempre più assorto e svanito, svanitasi insieme la mia coscienza nel suo sinuoso movimento, nella grazia delle desiderabili dita profumate, nei lampi di colore delle unghie che mi passavano ritmicamente davanti; giunsi infine a completamente assopirmi, non prima di avere nuovamente rilasciato il mio seme. Alcuni rumori mi disturbavano ma io non volevo svegliarmi, per non dover abbandonare il meraviglioso sogno in cui vedevo, come la diva di un film, Aldina camminare sugli eleganti sandali sollevando un poco, ad ogni passo, il piede dalla suola, e permettendomi di catturare con avido sguardo le delizie della pianta delicatamente ricurva. Poi la immaginavo sedersi dinnanzi a me e muovere le seducenti dita dipinte, che magneticamente mi attiravano a rendere omaggio alla loro divinità. Nel sogno rivivevo anche sessioni realmente accadute durante la trascorsa cattività: in una di esse mi ero ritrovato, svegliandomi, nudo ed immobilizzato in una vasca da bagno. Aldina era in piedi al bordo della vasca, nuda anch'essa e bella da togliere il respiro: io, nell'ormai abituale semi-incoscienza dovuta alle sostanze continuamente somministratemi, ero perso nella contemplazione del suo seno scoperto e rotondo e della sua affascinante vulva. Ella aprì il rubinetto rilasciando uno scroscio continuo d'acqua tiepida che mi carezzava lo scroto, entrò poi nella vasca e, voltatemi le spalle, calò sul mio volto l'ano roseo ed olezzante, ordinandomi di rendergli omaggio. Io esitai ed Aldina, voltatasi, mi colpì tre o quattro volte in pieno viso: quando riprese la posizione io mi mostrai ubbidiente ed esplorai con la lingua ogni minuscola e recondita piega del suo pozzo scuro, in cui la mia mente, non meno della mia lingua, sprofondava vorticosamente. Poi ella si girò e si fece baciare la vagina, strofinandomi sul volto una vischiosa scia e facendomi succhiare i suoi copiosi umori. Quando si alzò io la fissavo con estatica reverenza ed incontenibile eccitazione; poi Aldina si sedette sul bordo della vasca e, stendendo il bel piedino, mi comandò di aprire la bocca, ove infilò le deliziose dita: sentivo ancora il suo dolce comando: "Succhia schiavetto". Anche in quell'occasione ricordavo di avere avuto un devastante orgasmo che mi aveva completamente fatto perdere ogni controllo, di modo che avrei continuato a succhiare con demente passione se ella non avesse ad un certo punto ritirato il piedino, sorridendomi e subito dopo rimandandomi nell'incoscienza con una nuova iniezione. Rammentavo anche altre sessioni, svoltesi in modi ed ambienti diversi: ogni volta però io dovevo ubbidire ad Aldina per non incorrere nella sua punizione, ed ogni volta ella mi gratificava, al termine di ogni incontro, provocandomi uno spasmodico orgasmo mentre io le baciavo i piedi e le parti intime. Poi ella mi rimetteva a dormire iniettandomi qualche sostanza o, sempre più spesso, semplicemente ordinandomi di fissare il suo piedino dondolante. Il sogno mi faceva sentire accaldato ed eccitato ma, continuando i rumori, io cominciai a riprendere coscienza. Il subitaneo pensiero di ciò che Aldina stava facendo al mio cervello affrettò il risveglio della mia mente, ancora occupata dalle immagini ricorrenti, ma ogni cosa mi sembrava confusa e distorta, probabilmente perché ero continuamente mantenuto sotto l'effetto di droga. Non aprii gli occhi per capire quale fosse la causa dei rumori e dei movimenti che avvertivo perché volevo pensare: non sapevo da quanto tempo Aldina mi tenesse in suo potere, ma dovevo fare qualcosa per riprendermi la mia vita. Non potevo permettere che ella giocasse a piacimento con il mio cervello ed inoltre mi rendevo conto con sgomento che, nonostante (o forse proprio a causa di) tutto quello che mi era stato fatto, mi sentivo sempre più attratto dalla mia rapitrice: dovevo fuggire prima che fosse troppo tardi. Ad un certo punto mi accorsi che ogni movimento intorno a me era cessato, e ne approfittai per riaprire con cautela gli occhi: nonostante l'oscurità mi resi conto di trovarmi nel salotto dell'appartamento ove tutto era iniziato, non ero legato ed avevo stranamente indosso tutti i miei vestiti. Quando verificai che intorno a me non si scorgeva né si udiva anima viva, il mio primo pensiero fu che Aldina fosse uscita, mal calcolando i miei tempi di risveglio: dovevo approfittare dell'occasione e fuggire. Mi alzai con circospezione e lentamente mi affacciai all'anticamera, semioscura anch'essa: neanche dalle altre stanze provenivano rumori e le chiavi della porta d'ingresso erano appese allo stipite: ero libero. Mentre però stavo per slanciarmi verso la porta, trasalii nell'udire una sommessa voce alle mie spalle: "Marco, per favore, guardami un'ultima volta prima di andartene"; nonostante il mio istinto mi suggerisse di fuggire, per qualche ragione mi voltai e la guardai, sentendomi mancare: ella sedeva in una poltrona nell'angolo più oscuro del salotto, sicché era rimasta invisibile prima di accendere la lampada a stelo che si trovava al suo fianco. Aldina indossava un abito scuro, lungo fino a terra, dai cui profondi spacchi si intravedevano le gambe nude e formose. "Prima di andartene, Marco, vieni da me un'ultima volta per salutarmi" mi disse quasi umilmente. Io pensai che stavolta non sarebbe successo nulla: non ero più legato ed ero troppo vicino alla libertà perché ella mi potesse fermare, così mi avvicinai a lei. Ella si alzò ed io non potei fare a meno di pensare che era una regina, però volevo e potevo resisterle, sicché non abbassai lo sguardo e, continuando a fissarla negli occhi, le dissi: "Il tuo piccolo esperimento è fallito". "Io non penso - rispose - infatti non te ne andrai". "Ah! E chi mi tratterrà?" ribattei. "Il mio volere, che ora è diventato il tuo" disse Aldina. "Senti, Aldina, guarda che il giochetto è finito - replicai con scherno mentre mi voltavo per andarmene - la partita l'ho vinta io ed ora piantiamola con queste scemenze". "Marco" ella chiamò in un sussurro. "Che c'è ancora?" risposi spazientito. "Guardami i piedi". Per qualche ragione lo feci, abbassando lo sguardo ed immobilizzandomi, incapace di respirare: dall'orlo del nero abito di Aldina spuntavano un paio di sandali dorati, che apparivano come un contorno di stelle alle dita delicatamente rotonde che si affacciavano a mostrare le unghie laccate scure, mentre un sottile ornamento anch'esso d'oro incatenava lo sguardo ad una delle caviglie ben tornite. Io ero paralizzato ed attratto come una falena che, pur sapendo di morire, non può fare a meno di slanciarsi nella luce. A quel punto la porta dell'anticamera si aprì ed entrò un'altra donna, giovane e graziosa, che io conoscevo essere amica di Aldina: Graziana si pose a sedere sul divano e, come se fosse ad uno spettacolo, applaudì la scena ridendo. Io intuii che non vi era stato alcun errore e che tutto era stato programmato fin dal principio. Aldina, con un sorriso, mi disse: "Come vedi tu non hai nessuna intenzione di andartene, ma vuoi restare ed obbedire ciecamente ad ogni capriccio della tua padroncina, che ora ti controlla mente, anima e corpo". Io tacqui sconfitto. "Ora - ella disse, riacquistando tutta la sua autorità - ti urinerai nei pantaloni". Io rimasi immobile ed attonito, ancora aggrappandomi al pensiero di poterle resistere, ma quando ella batté due volte a terra la punta del sandaletto, sentii il liquido caldo scendermi lungo le gambe. L'amica di nuovo applaudì ridendo, mentre sui miei pantaloni appariva un'inequivocabile larga macchia scura. "Togliti i vestiti Marco - comandò Aldina - asciugati con la salvietta ed indossa questi altri abiti". Io mi tolsi la giacca, la cravatta, la camicia, i pantaloni e tutto il resto rimanendo, nudo ed umiliato, ad asciugarmi davanti alle due donne che scherzavano fra loro nel vedere la mia incontrollabile erezione. Poi, come un muto automa, indossai gli abiti che Aldina mi aveva indicato. Quindi la mia padroncina, sorridendo, battè il sandaletto un'altra volta ed io, senza aver ricevuto alcun esplicito ordine, mi inginocchiai e mi accinsi ad adorarla. Prima che invero potessi iniziare a renderle omaggio ella mi fermò e mi disse di leggere la minuscola targhetta d'oro attaccata alla cavigliera: vi era inciso il mio nome e quando Aldina mi domandò se ne sapevo la ragione, con sicurezza risposi che era perché d'ora innanzi sarei stato sempre ai piedi della mia padroncina. Soddisfatta, mi diede il permesso di baciarle le dita, infilando la lingua in mezzo ad esse, e fra esse e la suola dorata dei sandali. Poi ella disse: "Basta adesso Marco: come io sono la tua dea e padrona, lo sono anche le mie amiche. Su cuoricino, fai i dovuti omaggi alla mia ospite". Immediatamente mi prostrai dinnanzi a Graziana che ancora rideva e, con lo sguardo fisso a terra, presentai i palmi delle mani rivolti verso l'alto, supplicandola di accettare la dovuta adorazione. Ella vi appoggiò i graziosi piedini, calzati da eleganti zoccoletti ed io unii dovere e piacere, come meglio ero stato forzatamente istruito. Ancora dentro di me sentivo l'impulso a ribellarmi alle abiette pratiche cui mi stavo assuefacendo, ma sempre più forte dentro di me era la voce che mi diceva: "Aldina è la tua stupenda dea e padrona. Tu sei irresistibilmente attratto dal suo corpo meraviglioso, ed obbedirla in ogni capriccio è il tuo piacere. Aldina è la tua volontà, la tua intelligenza ed il tuo unico pensiero". Gradualmente avvertivo che null'altro più importava e che avrei dato ogni cosa che possedevo, anche la vita, per poter godere del privilegio di un fugace contatto dei suoi deliziosi piedini, che io desideravo sopra ogni altra cosa. Quando Aldina batté nuovamente il sandaletto, io ritornai ad inginocchiarmi davanti a lei ed attesi ordini: la mia padrona, nuovamente sedutasi, scostò lo spacco che fendeva il lungo abito fino alla cintura, rivelandomi la magnificenza della sua vulva, non coperta da altro se non dalla folta peluria pubica. "Leccami" mi ordinò, ed io lavai i suoi umori con lenti e prolungati passaggi sulla sua serica stola e sulla sua profumata profondità. Quindi aggiunse: "Molto bene, Marco. Adesso avrai la tua ricompensa". Io fremetti di eccitata attesa quando ella puntò l'indice inanellato verso la fibbia del sandaletto. Slacciai quindi quest'ultimo e lo sfilai con adorante delicatezza, portandomi la calzatura al viso per baciarla ed aspirarne la divina fragranza. Poi ella protese l'alluce ed allargò le dita del piede, agitandole davanti a me ed io, obbedendo ad un impulso preordinato mi posi immobile e supino, estendendo la lingua per riverire le estremità della mia dea, oggetto del mio intenso desiderio. Aldina giocherellò per qualche tempo facendo passare lentamente e ripetutamente il piedino alto sopra di me mentre io, tenendo il capo al suolo, protendevo la lingua il più possibile per raggiungerlo. Poi ella finalmente sorrise ed abbassò pesantemente la pianta del piede, premendola sulle mie labbra. Mi sentivo in estasi e bacia le preziose dita con urgente passione, assaporandole ad una ad una e svuotandomi da ogni pensiero, fino a raggiungere l'ennesimo violento orgasmo. Poi dopo una breve pausa, durante la quale, semi-incosciente, sentii Aldina e Graziana scherzare e ridere insieme, la mia padrona schioccò le dita ed io immediatamente mi posi in ginocchio, con lo sguardo fisso al suolo e le palme protese. Contemporaneamente ripresi coscienza di me e mi misi a singhiozzare per l'umiliazione: Graziana di nuovo applaudì ridendo. Aldina mi chiamò vicino a sé con un cenno del dito ed, abbassatasi sul mio orecchio, mi disse: "Non preoccuparti Marco, adesso tu non sei più niente ed io sono tutto: sarai sempre felice di ubbidirmi": io infatti sapevo che oramai non potevo se non abbandonarmi completamente a lei. Quella sera stessa uscii - come avevo lungamente agognato - dall'appartamento di Aldina: ma solo per riaccompagnare Graziana con la mia automobile: giunti dinnanzi a casa sua scesi per aprirle la portiera ed ella, volendo godere di un'ultima perfidia, fece finta di lasciarsi sfuggire di mano le chiavi. Quando mi chinai a raccoglierle Graziana agitò ridendo le dita dei piedi ed io, conoscendo il segnale, non potei fare a meno di renderle in pubblico l'ennesimo fugace omaggio. Feci poi una breve sosta a casa mia per cambiarmi nuovamente e tornai a prendere la mia padroncina, accompagnandola a fare spese (ebbi l'onore di sostituire i commessi nel farle provare personalmente ogni acquisto) ed attendendola in estatica contemplazione mentre, ciarlando con la parrucchiera, si faceva sistemare l'acconciatura. La sera la condussi, elegantissima e preziosa, a cena in un esclusivo ristorante ove ella approfittò del tavolo appartato riservatoci, per esigere ripetutamente il mio omaggio secondo le modalità che la sua vivace fantasia, stimolata dalla libagione, di volta in volta le suggeriva. Dopo che l'ebbi riaccompagnata a casa salutandola come mi era stato insegnato, tornai nel mio appartamento ed il mattino dopo mi recai in ufficio: in tarda mattinata sentii squillare il telefono ed, alzato il ricevitore, non udii parole, ma solo un inconfondibile battito di sandaletto sull'impiantito. Corsi quindi immediatamente a casa di Aldina, che quel giorno stesso si licenziò dal negozio in cui aveva sinora lavorato come commessa: ella infatti fu assunta dal mio studio. In realtà Aldina non frequenta l'ufficio e non percepisce un vero stipendio perché possiede, con me, ogni mio avere. La sua vecchia utilitaria è stata sostituita da una fiammante convertibile ed ella passa nello svago le sue giornate. Ogni volta che sento al telefono l'irresistibile richiamo io corro immediatamente da lei, perché sono schiavo della sua bellezza e, soprattutto, dei suoi deliziosi piedini. Talvolta usciamo anche insieme e mi è anche capitato di aiutarla a procurarsi nuovi schiavi: non c'è niente infatti che non farei per Aldina perché i desideri della mia padroncina sono ora l'unica cosa che per me ha importanza. |
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