Gli avventori erano tutti camionisti ed il vociare delle loro conversazioni ad alta voce era quasi assordante. Ma il silenzio si fece assoluto quando si accorsero della nostra presenza.
Una donna grassa e sudata ci venne incontro asciugandosi le mani nel grembiule sporco.
"Buonasera. Cosa posso fare per voi?"
"Vorremmo un tavolo, se possibile." disse Giulio.
La donna ci squadrò e con aria incredula ripetè "Un tavolo...?"
"Si, signora. Un tavolo. Sempre che non siano già tutti prenotati, ovviamente." rispose Giulio con calma, sfilando la mano dalla tasca ed allungando alla donna una grossa banconota, che lei afferrò dopo un attimo di esitazione, infilandola tra gli enormi seni.
"Venite." disse poi facendoci cenno di seguirla verso il fondo della sala.
Attraversammo quel mare d'umanità con tutti gli occhi puntati addosso.
Giulio seguiva la donna ed io chiudevo la fila. Camminando, dalla giacca semiaperta spuntava la curva del mio seno e dalla gonna le gambe nude sino al limite dell'inguine.
I tavoli erano molto vicini l'uno all'altro, dovetti chiedere permesso più volte per riuscire a passare, soprattutto per il fatto che i clienti tendevano a sbarrarmi la strada restringendo gli spazi già stretti con le loro sedie. Qualcuno, al mio passaggio, allungò anche le mani e mi toccò il sedere. Cercai di far finta di niente e continuai a seguire Giulio, pregando di arrivare presto al sicuro del nostro tavolo.
La donna ci condusse verso il fondo della sala, ad un tavolo d'angolo. Ma quando ci arrivammo, Giulio disse che non andava bene ed allungandole un'altra banconota chiese un tavolo al centro della sala.
La donna lo guardò con sospetto e roteando gli occhi con fare spazientito rivolse lo sguardo verso gli altri avventori, quasi a chiedere il loro appoggio. Alcuni si alzarono dai loro posti, pronti ad intervenire. Ma Giulio allungò un'altra banconota, che finì insieme alla sorella dentro la scollatura.
"E va bene, come volete." e ricominciò il percorso verso il centro della sala, finchè Giulio non la bloccò accanto ad un tavolo che stava proprio in mezzo ed era già occupato da quattro uomini.
"Scusate, signori. Vi spiacerebbe dividere il tavolo con noi? Sapete, la mia ragazza adora stare in compagnia e si sa che le donne bisogna accontentarle, no?" disse facendogli l'occhiolino.
"Ma certo! Accomodatevi! Prego!" rispose uno dei quattro, alzandosi per cedermi la sua sedia.
"Rosa! Porta altre due sedie per i signori! E il tuo vino migliore!" urlò alla donna, che capii doveva essere la proprietaria di quel posto.
"Prego, signorina. Si accomodi." disse l'uomo indicandomi la sua sedia.
Guardai Giulio. Con gli occhi mi fece cenno di sedermi. Ubbidii.
Il tavolo era rettangolare, ai lati lunghi ci sarebbero state quattro persone per parte. Non so come, Giulio fece in modo che io ed i quattro precedenti occupanti fossimo seduti tutti da un lato, mentre lui stava a capotavola.
Tutti gli altri avventori, intanto, seguivano ogni nostro movimento, avendo ormai perso ogni interesse nelle conversazioni che li avevano tenuti impegnati sino alla nostra comparsa.
Molti fissavano l'apertura della mia giacca e si leccavano le labbra, altri si abbassavano per vedere le mie gambe completamente nude, ora che stavo seduta e le falde della gonna avevano ceduto alla legge di gravità, aprendosi ai due lati come un ventaglio.
Tenevo le gambe serrate, sapendo che la generosa operazione di apertura bottoni della mia gonna fatta da Giulio prima di entrare avrebbe mostrato agli occhi famelici dei clienti del locale anche il mio pube.
Giulio si guardava intorno con aria soddisfatta, sorridendo ai quattro che mi stavano seduti accanto, due per parte, finchè non si sporse verso quello più accanto a lui e gli disse qualcosa all'orecchio.
L'uomo ascoltò attentamente, mi guardò, poi guardò ancora Giulio, che gli fece un cenno affermativo.
Quindi l'uomo si alzò dal suo posto, disse a sua volta qualcosa agli altri tre e venne a posizionarsi dietro le mie spalle.
Fu allora che Giulio si alzò e si diresse verso la proprietaria, sussurrandole qualcosa.
Lei scosse la testa, poi andò alla porta ed urlò "Se qualcuno deve andarsene lo faccia adesso, perchè da questo momento nessuno entra o esce finchè non riapro la porta. Capito bene?"
Nessuno si mosse. Sentii il rumore del chiavistello, poi la donna andò a chiudere le imposte delle poche finestre. Il locale era chiuso.
Nella sala ci saranno stati una quarantina di clienti. Tutti immobili. Tutti rivolti verso il nostro tavolo.
Cominciai ad avere paura.
Intanto i nostri compagni di tavolo si strinsero a me ed iniziarono a toccarmi. Prima con timore, poi con sempre maggiore sicurezza.
Rivolsi uno sguardo implorante a Giulio, che era rimasto vicino alla porta di ingresso e mi guardava sorridendo. Non venne in mio aiuto, solo mi lanciò un bacio con la punta delle dita e mi fece l'occhiolino. Era tranquillo. Lo guardai negli occhi e mi fidai di lui.
[Continua...] |